Siamo alle comiche finali

Sono ore di fuoco all’interno nel Pdl. Certo, tutti sapevamo che prima o poi tra i due fondatori del partito “sarebbe finita a borsettate”: fondare un partito insieme è stato come mettere due galli nello stesso pollaio. Alla fine, dopo settimane di confusione e litigio, Berlusconi ha deciso di fare di testa sua: ha convocato i suoi collaboratori, ha stilato una sentenza di condanna pre-mastricata da presentare alla direzione del partito ed ha chiesto le teste dei finiani. A poco è servito che Giuliano Ferrara si prodigasse a riferire che Fini non avrebbe voluto uno scontro totale, ma avrebbe anche accettato una tregua. E così, ieri sera, si è riunita la direzione del partito (ormai potremmo chiamarla benissimo Gran Consiglio del Fascismo, tanto l’idea è la stessa) e, sotto l’egida del processo sommario, sono partiti i deferimenti ai probi viri (due parole che nel Pdl non mi sarei mai aspettato di vedere accostate). A nulla è servita la lungimirante di Giorgia Meloni, che ha tentato almeno di rimandare lo scontro di 24 ore con una mozione bocciata da gran parte dei partecipanti alla riunione. più tempo avrebbe consentito una maggiore riflessione; ma, si sa, quando Berlusconi ha deciso, deve essere così. E dunque una condanna (non si sa ne per cosa nè a cosa) è stata emessa per Bocchino, Granata e Brisuglio. Poi si è passato a Fini, questo veterocomunista con la passione per la democrazia. Per lui non sono arrivate condanne improbabili o fantasiosi deferimenti, per Fini è arrivata la “sfiducia”; tradotto, il Pdl non ha più fiducia in Fini come Presidente della Camera. Questa è forse stata una gaffe, visto che nessuno ha spiegato in direzione che il Presidente della Camera non può essere sfiduciato come il Premier. Però si sa, Berlusconi sceglie i suoi collaboratori non in base a ciò che sanno di legge ma in base alla sofficità della loro lingua; Fini andava silurato in qualche modo e quello della “sfiducia” era il modo più rapido per abbatterlo.

Con la decisione di cacciare Fini dal Pdl, Berlusconi pone fine ad un’era del suo Governo ed al suo stesso partito. La scelta, infatti, di cacciare quello che negli anni è stato il suo principale alleato mette in luce Berlusconi per quello che è anche ai suoi elettori, un monarca e non uno statista. Infatti, lo “statista di rara qualità” (come si è divertito a definirlo il suo dipendente Guido Podestà, Presidente della Provincia di Milano) ha fatto una mossa che gli costerà molto cara: la cacciata della minoranza mina alla base la stabilità del Governo. Feltri, nonostante nel suo editoriale di oggi sostenga che il Governo senza Fini sarà più tranquillo, sa benissimo che Berlusconi ha bisogno dei voti dei finiani alla Camera ed al Senato se non vuole andare sotto. Il fatto poi che i finiani siano ora fuori dal Pdl li rende ancora più autonomi rispetto alle scelte di partito e saranno quindi ancora più difficili da gestire. Non contiamo inoltre che da ora in poi la trattativa per l’approvazione delle leggi nella maggioranza sarà a 3 e non più a 2 e, considerando che su molte posizioni Bossi e Fini sono in guerra da anni, posso prevedere senza bisogno di sfere magiche che il Governo resterà presto bloccato davanti a scogli come le Riforme istituzionali. O forse prima.

Il secondo effetto della cacciata di Fini è la condanna a morte del Pdl, presto o tardi. Il Pdl, infatti, si è ormai definitivamente trasformato in una dittatura. L’idea di “partito carismatico”, che pure prima serviva a coprire lo strapotere nel Pdl di Berlusconi, è definitivamente caduta poichè ormai nel partito non c’è voce che non ripeta le parole del Premier. Inoltre molti di coloro che sono attualmente rimasti nel Pdl se ne andranno tra breve tempo, costatando che un “dopo Berlusconi” non ci sarà perchè non esiste qualcuno in grado di sostituiure Berlusconi. Il Pdl si sta lentamente mostrando per quello che è: una protuberanza del corpo del suo Presidente.

Fini da questa separazione ha tutto da guadagnare: autonomia, maggiore potere nella maggioranza e un partito che sopravvivrà alla dipartita di Berlusconi. Potrà inoltre realizzare il suo più grande sogno, creare una destra moderna ed europea anche in Italia, ben diversa dalla destra del manganello che tanto ha denunciato Montanelli. Futuro e Libertà per l’Italia mi sembra un nome azzeccato.

A nulla serviranno gli editoriali di Minzolini: lo scontro è in corso. Se i finiani lasciano, la maggioranza alla camera sarà a 316 voti: sotto. Se restano, il Governo resterà azzoppato. In realtà Fini aveva predetto tutto quello che sta accadendo appena Berlusconi ha annunciato la nascita del Popolo della libertà. Dopo il discorso del predellino, infatti, il commento di Fini è stato “Siamo alle comiche finali“. Un po’ in ritardo, ma una previsione degna di Nostradamus.

GIORGIO MANTOAN



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