Solo parole: Le petite vendeuse du Soleil

La petite vendeuse de Soleil è un film del 1999, mai doppiato in italiano, visibile solo in wolof sottotitolato, utilizzato in Italia perlopiù a usi didattici, per la capacità di scardinare alcuni preconcetti senza risultare pesante e senza la pretesa di “fare la morale”. La lingua potrebbe farlo sembrare poco adatto alle tranquille serate del grande pubblico, in realtà si vede volentieri, grazie anche alla brevità. Dura, infatti, solo 45 minuti. Il problema semmai è trovarlo in home video.

Il regista, Djibril Diop Mambety, scomparve prima di terminare la trilogia che avrebbe voluto dedicare a Dakar e alla sua piccola gente, di cui, appunto, riuscì a realizzare solo quest’opera, centrata sulla vicenda di Sili, ragazzina con problemi di deambulazione che non riusciranno a farla desistere dai propri progetti.
Il lento movimento del film introduce pian piano lo spettatore nel mondo della protagonista, e consente una partecipazione emotiva cui la televisione e la cinematografia occidentali, spesso frettolose, hanno ormai disabituato. All’interno di questo quadro descrittivo di un popolo e di un paesaggio che noi non conosciamo (anche se a volte pensiamo il contrario) e che inseriamo nella fredda defnizione di “extracomunitario”, indistintamente con molti altri, la figura protagonista è una disabile femmina, quindi doppiamente sfortunata, oltre che povera. Una persona presa a calci dalla vita che trova però, nell’intelligenza e nell’orgoglio, la forza per ribellarsi al proprio destino. Senza pretese eccessive e quindi impossibili da realizzare. La sua unica eppur importante, fondamentale aspirazione è di essere alla pari con i ragazzini venditori di giornali, nonostante il proprio sesso e la protesi che le consente di camminare. Ce la farà, con l’aiuto di un amico da poco conosciuto, e offrendo una lezione di orgoglio a un ragazzo costretto su una carrozzina, rassegnato alle angherie che la propria posizione provoca nei coetanei.
Un finale consoltaorio, se si vuole, ma certo non un happy end da favoletta hollywoodiana.

Scritto da STEFANIA per Voglio Resistere



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