Solo parole: Nel mare ci sono i coccodrilli

I figli della storia si prende una pausa estiva, rimpiazzato da una rubrica diversa, nella quale si parla di tutto un po’, ma soprattutto di libri, e magari di film. Senza la presunzione di voler scrivere recensioni o dare indicazioni. Solo scriverò di ciò che mi è piaciuto o che mi ha colpito, per una qualsiasi ragione. Se poi qualcuno volesse dare il proprio contributo, aggiungendo impressioni e riflessioni, sarebbe il benvenuto. Fa sempre bene vedere le cose da un altro punto di vista.

Ho letto questa settimana l’ultimo lavoro di Fabio Geda,Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Ekbari, edito da B.C.Dalai editore.
È la storia di un bambino afgano di etnia hazara di circa dieci anni portato dalla madre in Pakistan e lì abbandonato. Non per crudeltà, ma perché allontanarlo dall’Afghanistan talebano è l’unica possibilità di salvarlo da una vita in cui avrebbe solo due alternative, uccidere o essere ucciso, mentre lei deve tornare a casa dove si trova ancora l’altro figlio, più piccolo. Dal Pakistan il bambino arriverà in Italia, a Torino, dopo un viaggio decennale attraverso Iran, Turchia e Grecia.

Detta così è una storia come tante altre, non ha nulla di diverso. Lo sfruttamento del lavoro minorile, i trafficanti di uomini, i rimpatri a opera di poliziotti spesso violenti, i viaggi stipati nei cassoni dei camion o a piedi per giorni attraverso le montagne, le traversate in gommone. Lo stereotipo del clandestino, solo con un finale consolatorio, per noi occidentali, quando Enaiatollah trova una famiglia disposta ad accoglierlo e un sistema che, per una volta, non si perde nelle maglie della burocrazia e gli concede lo status di rifugiato politico.

E forse è una storia come tante, ma raccontata senza quel pathos che da queste storie ci aspetteremmo. Gedda è davvero bravo a trasformarsi in orecchio, come egli stesso ha dichiarato, per le parole di questo ragazzo che neppure conosce esattamente la propria età (da noi ci sono altri bisogni, non è importante la data di nascita) e che racconta con estrema semplicità quanto gli è accaduto. I fatti sono importanti, non le persone; i fatti ci portano dove siamo, ripete Enaiatollah allo scrittore che vorrebbe sapere qualcosa di più delle persone che ha incontrato lungo la sua odissea. E anche quando i fatti sono terribili, quando Enaiatollah toglie le scarpe a un cadavere congelato, quando devono abbandonare un ragazzino sfinito ma ancora vivo sulle montagne verso la Turchia, quando un compagno cade in mare di notte e non riescono a salvarlo, sempre sono narrati senza enfasi. È come se il pudore impedisse a chi racconta e a chi scrive di approfittare delle disgrazie.

Per assurdo, i punti forse più toccanti sono quelli in cui sembra non accadere niente. Quando la madre, la sera prima di lasciarlo, gli fa giurare di seguire sempre tre comandamenti: non truffare, non usare violenza, non usare droga. E quando, alla fine del libro, ormai a Torino, riesce a contattare la madre per telefono, per la prima volta dopo tanti anni, ed entrambi piangono senza parlare.

In quel momento ho saputo che era ancora viva e forse, lì, mi sono reso conto per la prima volta che lo ero anch’io.

STEFANIA PER VOGLIORESISTERE.IT

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