Il mistero di Somewhere

Non so se abbiate idea di quanto sia appagante, rilassante e anche divertente andare al cinema da soli. Attenzione, ho detto cinema, non megamultisala con ventordici sale e omarelli urlanti. I multisala sono da affrontare con lo stato d’animo adatto, a prova di poracci, e soprattutto con una nutrita compagnia. Nei piccoli cinema anni ’70 che trovate in quei paesini sperduti, invece, bisogna andare assolutamente in solitudine, e anche godersela. Il massimo sarebbe rimanere in sala senza anima viva oltre a se stessi… è sempre stato uno dei miei sogni, ma finora non è mai capitato.

Non so nemmeno se abbiate idea di quanto mi piaccia Sofia Coppola. Potevo quindi esimermi dalla visione di Somewhere? Ovviamente no. Però, a dirla tutta, mi aspettavo qualcosina in più da un Leone d’Oro (con tanto di polemiche varie – ma quelle ci sono sempre). Per capirci qualcosina del film è meglio avere una certa conoscenza dello stile SC (Sofia Coppola), in particolare della  Trilogia sulla giovinezza inquieta.

La trama ormai la strombazzano da tutte le parti: padre attore di cinema superimpegnato che sembra il protagonista di Lost in Translation, figlia brava, pulita e carina che sembra una delle ragazzine de Il giardino delle vergini suicide, la vita vuota di lui e l’improvviso cambiamento con l’arrivo della prole. Da un presupposto così, mi aspettavo pochi dialoghi e molte inquadrature, come in effetti ho riscontrato, però… qui si esagera! Già dall’inizio, almeno 15 minuti di orrenda lap dance (so di interpretare il messaggio unanime del pubblico femminile se dico: doveva durare di meno!)(so di interpretare il messaggio unanime del pubblico maschile se dico: doveva durare di più!), altri 10 minuti per vedere la facciona del protagonista ricoperta di gesso, lunghissimi fermo immagine senza senso. Capisco la voglia di far parlare le immagini al posto degli attori, ma quelle immagini devono come minimo essere ineccepibili!

Per lunghi tratti il significato profondo delle inquadrature, la caratterizzazione psicologica dei personaggi, il messaggio, lasciano il passo ad una certa noia, ad un torpore da pennichella post pranzo. Non fraintendetemi: ho adorato i precedenti film, Marie Antoinette è addirittura fra le mie pellicole preferite di sempre, ma le aspettative createsi circa Sofia e il suo ultimo lavoro (che non erano esagerate, anzi) vengono deluse una per una. Un vero peccato per una sceneggiatura e un’idea di fondo potenzialmente molto buone…

Ah, vi lascio per ultime le due chicche migliori:

1. La parte ambientata in Italia. Non so se si tratti più di satira o più di presa per i fondelli, fatto sta che si assiste ad un vero trionfo degli stereotipi. Oppure sono gli stereotipi ad essere ormai la realtà?

2. Il finale. Un autentico mistero. Tipicamente à la Sofia, ti lascia con un certo disappunto, all’inizio pensi ” Be’, ma come, finisce così? E che cavolo significa?”. Poi ci ripensi un attimo e capisci che è lasciato tutto all’idea del pubblico… io ho fatto le mie ipotesi [attenzione, spoiler!]… 1) Lui fa esplodere la macchina e muore travolto; 2) Lui fa esplodere la macchina, simbolo della vecchia e vuota vita di prima, ma si allontana in tempo per sopravvivere e cambia radicalmente esistenza; 3) Lui non fa esplodere assolutamente nulla, e scende dalla macchina perché ha impellente bisogno del bagno. Da qualche parte, somewhere, ce ne sarà pure qualcuno.

LADYLINDY

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Posted by on Oct 13 2010. Filed under Cinema, Cultura. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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