Speciale giustizia: intervista a Laura Capotorto

Lei è?

«Il mio nome è Laura Capotorto».

Quale ruolo ricopre nel sistema giudiziario?

«Attualmente, sono Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma».

Può  cortesemente spiegarmi quali effettivamente sono le mansioni che le competono?

«Sono uno dei magistrati della Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Roma. Sono – detto in maniera semplice – il pubblico ministero di secondo grado (di grado di appello).  Alle  Procure Generali vengono trasmesse tutte le sentenze penali emesse dai Tribunali e dai giudici di pace dei rispettivi distretti di Corte di Appello ( il distretto della Corte di Appello di Roma corrisponde al territorio del  Lazio, Roma compresa, ovviamente) per essere lette e “vistate” dai noi magistrati della Procura Generale. Se ci sono ragioni per le quali riteniamo che   non siano corrette e che debbano essere riformate,  possiamo “impugnarle” proponendo appello, oppure – a seconda dei casi –  ricorso per  cassazione. Oltre alle sentenze di primo grado dei vari giudici dei tribunali e dei  giudici di pace – i quali non sono  magistrati “togati” (cioè  magistrati di professione )  ma  giudici onorari – possiamo impugnare anche le sentenze della Corte d’Appello con  ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione.

Partecipiamo – inoltre – al processo penale d’appello, cioè a tutte le udienze penali celebrate dinanzi alla Corte d’Appello ed alla Corte d’Assise d’Appello; ciò vuol dire che ad ogni udienza è presente necessariamente uno di noi che  rappresenta il Procuratore Generale e che, oltre ad esprimere il “parere” su  ogni  istanza o questione posta all’attenzione della Corte, chiede,  in sede di discussione finale, che sia confermata o riformata – in tutto o in  parte- la sentenza di primo grado  appellata (l’appello può essere stato proposto dall’imputato o dal Pubblico Ministero del primo grado o  dalla Procura Generale o, anche, da più di uno di questi soggetti) .

Poi c’è anche la parte, il settore riguardante i minorenni: esiste una Sezione della Corte di appello che tratta i processi penali   con imputati minorenni (anche lì dobbiamo partecipare all’udienza). Ci sono anche alcune cause civili nelle quali interveniamo; si tratta, in generale , di cause nelle quali è ravvisabile un  interesse pubblico o che  riguardano   soggetti cosiddetti “deboli”,  come per esempio i minorenni (cause di affidamento, etc.) oppure persone incapaci. Il legislatore ha voluto tutelare, in particolare, certi soggetti “deboli” prevedendo  l’intervento del  Procuratore Generale (e, in primo grado, del Pubblico Ministero),  il quale può addirittura, in determinati casi, assumere iniziative ed impugnare i provvedimenti giurisdizionali. La partecipazione del Pubblico Ministero (in primo grado) e del Procuratore Generale (in grado di appello) costituisce  un’eccezione alla regola secondo cui le cause civili sono lasciate nella disponibilità delle parti private.

Partecipiamo, infine, alle udienze del Tribunale di Sorveglianza, che è quello che interviene nella fase di esecuzione delle sentenze penali, perché – come lei sa – ci sono una serie di benefici che possono essere applicati in sede di esecuzione (parliamo di persone che sono condannate con sentenza irrevocabile – in genere – dopo tre gradi di giudizio, anche dalla Cassazione) come alcune misure alternative alla detenzione; infatti, in presenza di determinati presupposti,  la pena – o la parte residua della pena-  può essere eseguita non necessariamente  in carcere ma, per esempio: in regime di detenzione domiciliare o – addirittura – in libertà, con l’affidamento in prova ai servizi sociali, oppure in regime di semilibertà (che comporta l’autorizzazione a svolgere un’attività lavorativa, o comunque utile per il reinserimento sociale, fuori dal carcere in alcune ore del giorno). Un altro beneficio è costituito dalla liberazione anticipata: il Tribunale di sorveglianza concede  uno “sconto” di pena di 45 giorni ogni 6 mesi di detenzione o di misura alternativa, se il condannato  -detenuto in carcere o sottoposto ad una misura alternativa – ha tenuto un comportamento corretto, così da meritare  questo “premio”.

Davanti, quindi, al Tribunale di Sorveglianza, si svolgono le udienze finalizzate a decidere se il condannato sia  meritevole di tali benefici, che possono essere concessi  in presenza di presupposti  oggettivi che variano a seconda del beneficio  (entità della pena da scontare, tipo di reato commesso, pena già scontata, ecc.)  e di  valutazioni di opportunità (per l’affidamento in prova al servizio sociale – per esempio – bisogna valutare se il condannato abbia compiuto positivamente  il  percorso rieducativo, giacché non si può rimettere in libertà un soggetto socialmente pericoloso). Per operare questa valutazione si assumono informazioni da parte degli organi che, all’interno del carcere, seguono i  percorsi riabilitativi dei condannati perché – ricordiamoci sempre – per il nostro ordinamento e per la nostra Costituzione, la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, non può avere una funzione meramente retributiva: tu ti sei comportato male, io ti bastono e basta. Invece lo scopo principale della bastonata (pena) è la  rieducazione del condannato, il quale, una volta scontata la pena, deve (o dovrebbe)  essere in grado di reintegrarsi nella società civile. In sostanza, quando si applicano misure alternative, si deve tener conto dei progressi fatti dal condannato nel percorso rieducativo  ed  il Procuratore Generale esprime – in udienza – il   parere circa la sussistenza dei presupposti per l’accoglimento della richiesta avanzata da parte del condannato».

Durante la sua attività  giudiziaria, ha mai temuto per la sua incolumità?

«Sì. Parto da una premessa: prima di passare alla magistratura requirente sono stata magistrato giudicante per molti anni, sia nel settore civile che in quello penale, dove ho svolto dapprima le funzioni di giudice dibattimentale e poi le funzioni di G.I.P. (giudice per le indagini preliminari) e G.U.P. (giudice dell’udienza preliminare), sempre presso il Tribunale di Roma. Alcuni processi che ho trattato in dibattimento – insieme a due colleghi (poiché era un tribunale collegiale) – ed altri che ho trattato dopo (quando sono diventata G.I.P. e  G.U.P.), mi hanno messa a contatto anche  con criminali di grosso calibro e con appartenenti alla ‘ndrangheta calabrese ed anche alla mafia siciliana, per cui – certamente – dei rischi li ho corsi, tant’è vero che per alcuni anni sono stata sottoposta alla  misura massima di protezione personale che è quella della scorta. Devo dire – però – che sia per me, sia per  i colleghi che ho conosciuto (sottoposti a questa misura anche per un periodo più lungo rispetto al mio), il rischio che correvamo non era il nostro pensiero costante e non ne parlavamo mai. Se fai questo lavoro, soprattutto per quanto riguarda alcuni settori del penale (io mi sono occupata per anni di reati di criminalità organizzata), sai bene che non avrai sempre a che fare con delle “anime gentili”, ma anche con dei pericolosi delinquenti e quindi un minimo di rischio c’è e non lo puoi evitare; fa parte del tuo lavoro. Io, personalmente, non ho conosciuto nessuno che manifestasse  grande timore  per la propria incolumità. E’ un pensiero che – forse – si cerca di allontanare. La paura, nel vero senso della parola, non l’ho mai provata, forse perché sentivo che non mi sarebbe accaduto niente o forse mi piaceva pensarlo! Ero più preoccupata per i miei figli; perciò  – in quei periodi – (è stata una limitazione piuttosto pesante) non uscivo con loro e quando partivamo da Roma non viaggiavo con loro».

La Finanziaria 2009 – approvata dalla maggioranza di governo – ha tagliato il 40% dei fondi al settore della giustizia e circa tre miliardi di euro alle Forze dell’Ordine. Quanto ha influito questo sull’ attività giudiziaria che svolge o sulle Autorità con cui lavora ogni giorno?

«Sulla Procura Generale non credo che ci sia stato un grande riflesso, magari ci ritroviamo con la fotocopiatrice o qualche cos’altro che non funziona (e che non si può riparare perché mancano i fondi), però è un disagio veramente minimo, rispetto ai disagi dei colleghi che lavorano in primo grado, dove c’è molto più bisogno  di personale, e di mezzi rispetto ad un ufficio della Procura Generale. Grandi disagi riguardano la carenza di uomini e mezzi delle Forze dell’Ordine, senza le quali le attività di indagine  – e non solo – non possono essere svolte. Naturalmente il problema grava soprattutto sulle Procure della Repubblica presso i Tribunali (il Pubblico Ministero di primo grado, che  conduce le indagini), ma anche la Procura Generale risente di tali carenze, seppure in misura nettamente inferiore ed anche da prima del 2009, poiché, ad esempio,  non abbiamo una sezione di Polizia Giudiziaria di cui ci si possa servire per  le indagini in caso di avocazione (mi sono dimenticata di aggiungere, in precedenza, che la Procura Generale ha il potere dell’“avocazione”. Noi, cioè, possiamo  decidere di procedere direttamente ad un’indagine quando risulta una sostanziale inerzia da parte del  pubblico ministero  di primo grado. In tal caso abbiamo solamente 30 giorni di tempo per concludere le indagini).  I  problemi maggiori – ripeto – gravano soprattutto sugli uffici del Pubblico Ministero, del G.I.P. e del G.U.P. e, in misura  minore, del Tribunale; tutti uffici di primo grado. Quella è la vera “trincea”, lì è importante che il processo sia rapido e che tutto venga svolto con la maggiore efficienza possibile. Faccio presente che ci sono tantissimi casi – in tutti gli uffici giudiziari italiani – di personale che coadiuva i magistrati (nelle cancellerie e nelle segreterie) che è andato in pensione, è morto, ha lasciato il servizio e non è stato rimpiazzato. Ci sono delle carenze di organico che fanno paura, a fronte di un carico di lavoro in costante aumento e di riforme legislative che, negli anni , hanno sempre più appesantito il lavoro delle cancellerie e delle segreterie (sempre più sguarnite), oltre  che dei magistrati. Non si può, allora, sperare di sveltire, rendere più veloce il processo, se poi manca il personale che assiste i magistrati e che è indispensabile . Ci sono diverse attività che, per legge, non possono essere svolte se non con l’ausilio del personale di cancelleria (un interrogatorio, un’udienza)».

Bruno Vespa – dalle colonne del settimanale “Panorama” – dichiara: «Uno dei problemi è come sottrarre ai magistrati l’assoluta discrezionalità nell’esercizio dell’azione penale (obbligatoria, certo, ma se ho il tavolo ingombro di fascicoli da dove comincio? Chi stabilisce l’urgenza di una pratica?). Potrebbe essere il Parlamento e c’è chi pensa all’elezione con maggioranza qualificata da parte delle Camere di un procuratore generale dal quale far dipendere gerarchicamente i pubblici ministeri». Cosa ne pensa?

«Penso male. Condivido la prima riflessione di Vespa: è vero che se sul tavolo si ammucchiano centinaia, migliaia di fascicoli, il magistrato – che se ne deve occupare – utilizzerà un criterio che potrebbe  essere opinabile, ma  comunque – per forza – dovrà scegliere un criterio da seguire per decidere di cosa  occuparsi, non potendosi occupare (contemporaneamente) di tutto, anche perché  oggi è arrivata una valanga di fascicoli, ma ne arriverà una valanga anche domani. Faccio un esempio: se oggi mi arrivano duecento processi, domani altri duecento e dopodomani altri duecento, oggi ne tratterò venti (e ne rimarranno 180), domani saranno diventati trecento ottanta. E’ una situazione terribile. che andrà in udienza, ma – intanto – il lavoro di cancelleria, chi lo fa? E’ veramente una situazione disastrosa.

Per prima cosa – secondo me, ma anche secondo altre personalità molto più autorevoli – bisognerebbe avere il coraggio di depenalizzare molti reati che impegnano i mezzi, le energie dei magistrati  e del personale amministrativo senza nessun apprezzabile risultato concreto,  appesantendo il  carico di lavoro. I reati ai quali mi riferisco sono quelli “meno gravi”, che destano meno allarme sociale e che potrebbero essere perseguiti – in maniera  efficace – con delle sanzioni di natura amministrativa anziché penale (ad esempio sanzioni pecuniarie o sanzioni che garantiscano la concreta riparazione del danno provocato). In questi casi, “toccare la tasca” di una persona, o costringerla ad impegnare il proprio tempo e le proprie energie per porre rimedio al danno provocato dalla propria condotta anti-sociale sarebbe più utile alla collettività e funzionerebbe meglio anche come deterrente, rispetto ad una pena che probabilmente non  arriverà  perché il reato si prescriverà sicuramente prima che possa giungersi  ad una sentenza irrevocabile (poiché per i reati minori il termine di prescrizione è breve e – ricordo –  l’Italia, a differenza di quasi tutti gli altri Stati, ha  tre gradi di giudizio – primo grado, appello, cassazione – ed una serie di incombenze procedurali che incidono pesantemente sulla durata del processo e quindi è inevitabile   che ci voglia molto tempo per arrivare “fino in fondo”). Per reati meno gravi – sia chiaro – intendo riferirmi ai reati  quali, per esempio, l’ingiuria,  la minaccia, i piccoli “furtarelli”, alcuni reati edilizi e quei reati che – se si riesce a giungere alla sentenza irrevocabile prima che scada il termine di prescrizione- sono puniti con pene che comunque, in concreto, non vengono mai eseguite per via dei benefici di cui godono i condannati . Francamente   credo che sia inutile perseguire penalmente tali reati. Se si applicassero sanzioni diverse e fossero  realmente eseguite (ad esempio  sanzioni pecuniarie),  forse i colpevoli si asterrebbero dal violare la legge, mentre oggi – poiché quelle stesse condotte devono essere accertate e punite  per mezzo di un lungo processo penale, i colpevoli  si sentono sicuri e tranquilli, perché sanno bene che difficilmente   andranno in carcere se la pena non supererà  i tre anni di reclusione, grazie ai benefici di cui s’è detto (l’affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare, tutti i vari sconti, etc.). Diventa quindi una situazione ridicola e, personalmente, penso che la previsione – puramente astratta – di una sanzione penale  ottenga l’effetto opposto a quello che dovrebbe avere: la pena non ha nemmeno una funzione deterrente perché una persona  consapevole di non dover “pagare” seriamente per le azioni illecite commesse è indotta  a commettere ulteriori illeciti,  non essendo quasi mai  in grado di  apprezzare l’intento rieducativo che lo Stato si prefigge,  bensì  pensando che, in Italia, i magistrati e, in generale,  gli uomini che rappresentano le Istituzioni siano dei “fessi”. Se commetto  reati difficilmente sarò portato a considerare il  nostro sistema come estremamente civile ed evoluto, ma piuttosto  come un sistema che mi consente  di “fare quello che mi pare, tanto questi non mi fanno niente”. Faccio notare che ci sono state delle intercettazioni – di cui sono venuta a conoscenza leggendo i giornali – in cui c’erano cittadini stranieri, coinvolti in alcune attività illecite, che parlavano con dei loro connazionali (residenti all’estero): “stai tranquillo, puoi venire, tanto questi sono degli imbecilli. Non ti fanno niente, puoi fare come ti pare. Questi non ci tengono nemmeno a proteggere il loro paese”. Di fatto, è abbastanza vero questo, un po’ perché i reati si prescrivono e un po’ perché ci sono centomila benefici.

Torniamo al  discorso iniziale: la discrezionalità del magistrato che sceglie – di fatto – a quale caso dedicarsi per primo, essendo costretto dalla mole di lavoro a trascurarne temporaneamente altri. Ritengo che qualsiasi magistrato dia la precedenza ai casi più gravi (con riferimento all’allarme sociale) ed a quelli  più urgenti (ad esempio perché c’è pericolo di perdere un elemento di prova, oppure perché l’indagato è  detenuto, o perché il reato sta per prescriversi, ecc.). Ci sono, insomma, dei criteri di buon senso e di urgenza che non credo possano definirsi puramente arbitrari. Non credo che ci sia qualcuno che dica, per esempio: “procedo con questo caso, lascio perdere quell’altro, perché l’imputato mi è più simpatico”. Faccio un paragone: immaginiamo che  un chirurgo, giunto in sala operatoria, venga  informato che  dovrà operare cento pazienti. Sicuramente non ce la farà ad operarli tutti in una giornata perché non basterebbero 20 ore di lavoro. Inoltre  ha poche garze, poche lamette  per i bisturi, pochi analgesici e disinfettanti, un solo infermiere,  etc.; perciò potrà operare cinque o sei di pazienti e lavorerà dodici ore e forse più. Come sceglierà chi operare per primo? Sceglierà in base all’urgenza, dando la precedenza ai pazienti in pericolo di vita  e poi a quelli sofferenti per gravi patologie. Il paziente al quale deve essere asportata una semplice cisti che non costituisce alcun  pericolo  per la sua salute dovrà aspettare giorni e giorni  e …forse non sarà operato mai, perché ci sarà sempre qualche caso più grave ed  urgente del suo. Ma si può dire che la colpa è del chirurgo? O dell’infermiere?

Per concludere, credo che una seria depenalizzazione ed una semplificazione delle procedure, unitamente alla certezza della pena,  potrebbero alleggerire il carico di lavoro degli uffici giudiziari, tanto da consentire la definizione di tutti i procedimenti in tempi ragionevoli, così come prescrive la Costituzione. Diversamente, rimanendo immutata  la situazione attuale, non sono in grado di indicare un criterio fisso e predeterminato sulla base del quale dovrebbero essere individuati oggettivamente – con esclusione di qualsiasi valutazione soggettiva –  i procedimenti da trattare con precedenza rispetto agli altri.  Non mi sembra  auspicabile, comunque, che la scelta di tale  criterio  venga rimessa ad un organo politico o che comunque dipenda dal potere politico, perché (per ragioni che lascio intuire!) un siffatto organo potrebbe subire condizionamenti  inopportuni».

Rimanendo in tema di estinzione dei reati, di prescrizione – di cui ha accennato prima: che differenza c’è se, invece di ridurre i tempi di prescrizione (vedi Legge Cirielli), si riducono i tempi del processo? Mi riferisco all’ormai noto “Processo breve”, all’esame del Parlamento. Può essere efficace?

«No, non è efficace. Io, personalmente, lo ritengo un sistema ipocrita: l’eventuale riduzione dei  termini di prescrizione dei reati non  renderebbe più veloce il processo; potrebbe però alleggerire il carico di lavoro dei magistrati (i quali si occuperebbero per un tempo minore dei reati, in  quanto questi si prescriverebbero in un termine più breve rispetto a quello attualmente previsto); ciò, tuttavia, moltiplicherebbe le prescrizioni dei reati e, quindi, non verrebbe resa giustizia a chi l’aspetta ed ha diritto di pretenderla, ovvero il cittadino, sia indagato che parte offesa. L’interesse a che il processo si concluda in tempi ragionevoli ce l’ha non soltanto la vittima di un reato, ma anche l’indagato il quale – non dimentichiamoci – si presume che sia innocente finché non c’è una condanna definitiva. Se l’imputato è invece colpevole, avrà  quasi sempre interesse a procrastinare il più possibile il processo (sperando proprio nella prescrizione). Il fatto di spostare l’attenzione – dal termine di prescrizione – sulla durata del processo (“ogni grado di giudizio deve durare due anni”) ottiene lo stesso effetto perché, anche se il reato non si estingue per prescrizione, si estingue però il processo senza che sia stata pronunciata la sentenza definitiva. E’ una “scappatoia” ipocrita perché  non basta  stabilire che il processo si concluda entro un termine breve perché siano soddisfatte le aspettative dei cittadini (che vogliono una giustizia più rapida). Ritornando al paragone del chirurgo – che la mattina si ritrova con cento persone da operare –  se gli si dicesse: “invece che tutta la giornata, hai solo due ore di tempo per operare tutti ”, certamente non si risolverebbe il problema, perché ancor più numerosi sarebbero i pazienti non operati; il chirurgo, infatti, in due ore  potrebbe operare un solo paziente e forse non  riuscirebbe neppure a concludere l’intervento. La durata del processo potrebbe e DOVREBBE essere abbreviata, eliminando o semplificando una serie di attività non necessarie: tra la fase delle indagini, l’udienza preliminare e il dibattimento, si inviano una serie infinita di avvisi,  comunicazioni, notifiche (che per le modalità prescritte ed i termini stabiliti devono spesso essere ripetute). Queste ed altre incombenze dovrebbero essere  ridotte e semplificate. Solo così potrebbe essere reso più snello il processo e più celere la sua utile definizione, mentre la fissazione di un termine breve di durata delle fasi processuali impedirebbe in troppi casi di rendere giustizia, perché il processo si estinguerebbe prima di poter essere definito con sentenza irrevocabile».

Vorrei un suo giudizio sulla legge riguardante le intercettazioni: il Ministro Alfano ha affermato che tre milioni di italiani sono intercettati. E’ vero? Può spiegarmi in sintesi quali sono le differenze fra la normativa attuale e la legge che si vorrebbe far approvare?

«Che siano intercettati tre milioni di italiani, direi che non è vero. In primis, bisogna dire che – attualmente – si può autorizzare un’intercettazione solo per determinati reati di maggiore gravità, stabiliti dalla legge. A volte si cade in un equivoco (avendo fatto il G.I.P. posso chiarirlo): se io sto intercettando una persona – soprattutto se è una di quelle che si aspettano di essere intercettate, come i trafficanti di droga, i mafiosi – questa persona tende a cambiare molto spesso la scheda telefonica e anche, adesso si sono fatti furbi, il cellulare (che può essere identificato anche cambiando scheda). Accade, quindi, che venga autorizzata l’intercettazione di numerose schede, via via che l’utilizzatore  le cambia, ma la persona che intercetto è sempre la stessa! Magari io faccio intercettare 10 utenze, ma sono tutte usate da quel “Mario Rossi” che le cambia continuamente proprio per  eludere le intercettazioni. Io ora non so come sono stati calcolati i tre milioni di persone intercettate. Come abbiamo visto nell’esempio, sarebbe errato dire  che sono state intercettate 10 persone, perché in realtà si tratta di una sola persona. Va poi tenuto conto del fatto che l’intercettazione può essere autorizzata per 15 giorni, prorogabili per analoghi periodi. Perciò, se l’intercettazione originariamente disposta su ciascuna delle 10 utenze usate da Mario Rossi viene prorogata, per esempio, per quattro volte, i provvedimenti autorizzativi di proroga sono 40, ai quali vanno aggiunti gli originari 10 provvedimenti autorizzativi. Si tratta complessivamente di 50 autorizzazioni, ma sarebbe errato affermare che sono state intercettate 50 persone, perché  l’intercettato è solo uno,  Mario Rossi. Del tutto fuorviante, poi, sarebbe contare nel numero degli  intercettati tutti i soggetti con i quali Mario Rossi ha avuto contatto tramite le 10 schede via via  intercettate. Se avesse contattato anche solo 5 diverse utenze con ciascuna delle 10 schede, ci sarebbero altri 50 intercettati. In conclusione, sommando errori ed equivoci, si potrebbe arrivare a dire che in un procedimento sono state intercettate ben 100 persone, mentre in  realtà l’unico soggetto “intercettato” è Mario Rossi. Se si considerano le indagini svolte in tutta Italia ed il fatto che in alcuni procedimenti riguardanti soprattutto associazioni criminali di stampo mafioso sono numerose le persone intercettate, si fa presto  – con il metodo di calcolo errato che si è visto – a contare  3 milioni di soggetti intercettati.

Per quanto riguarda le proposte connesse a questa legge, si vorrebbe far autorizzare l’intercettazione – invece che dal G.I.P. , giudice monocratico (cioè singolo),  – da un organo collegiale (formato da tre giudici). Io faccio ti di midamente notare che si dà tanta importanza a questo. Per carità, l’intercettazione è sempre una violazione della riservatezza – legittima, lecita, prevista dalla legge – ma è un’eccezione alla garanzia, alla tutela del privato che dà la Costituzione perché c’è un interesse preminente ad accertare – non solo la sussistenza del reato (che dovrebbe essere quasi certa, prima di iniziare l’intercettazione) – ma soprattutto, serve per individuare chi è il responsabile di quel reato e rappresenta l’ “ultima spiaggia”, l’ultima possibilità di scoprire il colpevole, se gli altri mezzi d’indagine non sono riusciti nell’intento. La norma che introdurrebbe la competenza di un organo collegiale per autorizzare l’intercettazione mi sembra stridente rispetto a quella che attribuisce  ad un giudice monocratico – qual è il G.U.P. – la competenza ad emettere una sentenza di condanna (perfino all’ergastolo!) e di trattare, di decidere da solo processi riguardanti anche i  reati più gravi. Il G.U.P., qualora l’imputato  chieda il rito abbreviato, può emettere sentenze su qualunque tipo di reato: su una strage, sui fatti più atroci. Ho letto da qualche parte che con il rito abbreviato la pena massima irrogabile è di 30 anni, ma è errato: il G.U.P.  può infliggere anche la pena dell’ergastolo. Mi sembra che per i reati più gravi bisognerebbe attribuire la competenza a decidere con rito abbreviato al giudice collegiale, anche perché spesso si tratta di  processi che – le assicuro – sono molto complessi (con decine di imputati, centinaia di capi di imputazione), mentre mi sembra eccessivo impegnare un collegio per autorizzare o no un’intercettazione.  Senza contare l’inopportunità,  a fronte del carico enorme di lavoro – di cui parlavo prima – che non si riesce a smaltire, di impegnare  altri   magistrati per i provvedimenti di intercettazione, distraendoli   dalle altre attività più importanti e complesse. Non so – inoltre – come potrebbero organizzarsi i piccoli tribunali, perché autorizzare l’intercettazione telefonica vuol dire “bruciarsi” come G.U.P.: chi ha svolto anche una sola attività come G.I.P. in  un procedimento, poi non può svolgere funzioni di G.U.P. nel procedimento stesso e non si potrà  occupare neppure della fase del giudizio. Se noi mettessimo quindi tre G.I.P. ad autorizzare l’intercettazione telefonica, i piccoli tribunali vederebbero “bruciati” ben tre magistrati, con conseguente difficoltà – o addirittura impossibilità di portare a termine il processo anche nella fase del dibattimento, a causa di successive cause di incompatibilità che potrebbero portare all’ “eliminazione” anche di altri magistrati. Infatti solo i grandi Tribunali  hanno decine di G.I.P.  (come a Roma, a Milano o a Palermo). Già ci sono stati casi di Tribunali che si sono trovati in difficoltà, senza arrivare alla collegialità che si vorrebbe introdurre per l’autorizzazione alle intercettazioni!

E non è finita qui! Si vorrebbe cambiare gli attuali “gravi indizi di reato” in “gravi indizi di colpevolezza”: anche questa mi sembra una norma assolutamente illogica. La differenza fra “indizi di reato” e “indizi di colpevolezza”, potrebbe sembrare – per chi non se ne intende o non è del campo – la stessa cosa, ma non è così; i “gravi indizi di reato” (richiesti attualmente per procedere ad intercettazione) riguardano la sussistenza del reato: devo avere elementi seri dai quali si deduce che un certo reato è stato effettivamente commesso, ma  non so chi è il colpevole, chi ha commesso quel reato. L’intercettazione mi serve per acquisire elementi indispensabili per individuare il responsabile o per proseguire le indagini al fine di individuarlo. Faccio un esempio: l’omicidio. Se parliamo di omicidio, vuol dire che c’è un cadavere di un morto ammazzato (e quindi ci sono gli indizi di sussistenza del reato) però non ho idea di chi sia l’assassino. Ci sono varie persone che sono sospettate, poiché possono avere un movente: uno perché aveva interessi economici; l’altro perché odiava quella persona; quell’altro perché voleva vendicare – per esempio – un torto subito. Io quindi intercetto questi possibili colpevoli e vediamo cosa esce fuori. Posso intercettare anche altre persone sicuramente estranee all’omicidio ma che possono essere a conoscenza di elementi utili per le indagini. Se invece si richiede come requisito per l’intercettazione che vi siano “gravi indizi di colpevolezza”, cioè  seri elementi a carico di un  soggetto, tali indizi, essendo “gravi” sarebbero di per sé soli idonei – o quasi – a provare la responsabilità del suddetto soggetto e, conseguentemente, l’intercettazione sarebbe nella maggior parte dei casi superflua. Inoltre non potrei intercettare   persone diverse da quella gravemente indiziata. Senza contare, poi, che ove non vi fossero gravi indizi a carico di nessuno, non si potrebbe procedere ad alcuna intercettazione. Nel caso dell’omicidio, ad esempio, potrebbe essere utile intercettare le conversazioni tra i parenti della vittima per accertare se vi fossero dissapori, invidie, risentimenti di qualcuno – della famiglia o estraneo – con la vittima».

L’ultimo punto focale di questa legge, è lo stabilire un budget – annuale – predefinito per ogni procura e finiti quei “fondi” non si possono più predisporre intercettazioni.

«Anche questo, mi sembra un elemento pericolosissimo. Innanzitutto bisognerebbe vedere a quanto ammonta il budget che vorrebbero predisporre ma che  comunque è limitato. Allora mi domando: come si fa – se il budget può rivelarsi insufficiente a coprire tutte le esigenze  – a scegliere se procedere ad  un’intercettazione, piuttosto che ad un’altra? Diventa una scelta quasi arbitraria. Si potrebbe addirittura pensare: “in questo caso sarebbe necessaria l’intercettazione, però non la faccio perché metti il caso che ci capita un’altra indagine più complessa o riguardante un reato più grave  e che richiede l’intercettazione!” Oppure si potrebbe decidere di non operare alcuna scelta e di intercettare finché il budget lo consente e poi…. chi arriva in ritardo? Pazienza! Il reato rimarrà impunito perché non si sarà potuto utilizzare  un mezzo di indagine  indispensabile.

Bisogna evidenziare che, mentre in passato i costi per le intercettazioni erano elevatissimi, successivamente ci sono stati degli accordi con le compagnie telefoniche (non so dire, dal punto di vista tecnico, in che modo) per cui i costi sono diminuiti notevolmente rispetto a quindici anni fa. Non so come sia gestito il tutto dal punto di vista economico (anche perché la Procura Generale non esegue intercettazioni!).

E’ chiaro che le intercettazioni hanno un costo, ma non ci dimentichiamo che la giustizia costa!

E’ pur vero che in vari casi si potrebbero evitare le intercettazioni se ci fosse la possibilità di svolgere indagini di altra natura (del resto è la legge che ci dice che l’intercettazione è l’ultima ratio). Non sempre le intercettazioni sono indispensabili, perché, ad esempio, se ci fosse personale di polizia sufficiente per svolgere continuamente, nel corso di un’indagine, servizi di osservazione e pedinamento di alcuni soggetti si potrebbe evitare,  in diversi casi, di servirsi delle intercettazioni o le si potrebbe limitare, ma questo non accadrà mai! Manca il personale!

Se si vuole quindi arrivare ad un risultato – in mancanza di personale di Polizia Giudiziaria sufficiente – bisogna ricorrere all’intercettazione, soprattutto nei casi di reati di mafia e  di traffici di droga.

La DDA (Direzione distrettuale antimafia) utilizza moltissimo – nell’attività di indagine – le intercettazioni, perché le conversazioni “captate” possono aiutare a chiarire i collegamenti fra le varie persone e gli interessi comuni ai vari gruppi. Altrimenti ci vorrebbe un’infinità di personale di polizia che seguisse continuamente ogni soggetto d’interesse per verificarne i contatti, senza tuttavia poter conoscere il contenuto delle conversazioni tra i vari personaggi.

Se verranno attuate nel senso sopra accennato  le riforme riguardanti le intercettazioni e  la durata delle fasi del processo, i mezzi di indagine saranno meno efficaci o addirittura inidonei a pervenire ad un risultato positivo, i tempi di durata massima delle fasi processuali non consentiranno  di  pervenire alla sentenza irrevocabile di merito e molti responsabili  di reati che, con l’attuale normativa, vengono individuati e condannati,  non saranno perseguiti. Quel che è peggio: la consapevolezza della sempre più probabile impunità favorirà  la commissione di un numero crescente di reati sempre più gravi».

MATTEO MARINI


About

Giornalista pubblicista, fondatore e direttore di Wild Italy. Ha collaborato con varie testate nazionali e locali, tra cui Il Fatto Quotidiano e La Notizia Giornale, ed è blogger per l’Huffington Post Italia. Nel 2011 ha vinto il Primo Premio Nazionale Emanuela Loi (agente della scorta di Paolo Borsellino, morta in Via d’Amelio) come “giovane non omologato al pensiero unico”. Studioso di Comunicazione Politica, ha lavorato in campagne elettorali, sia in veste di candidato che di consulente e dirige, da fine 2016, Res Politics - Agenzia di comunicazione politica integrata . DIRETTORE DI WILD ITALY.


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