Splinter – The Offspring

Nessuno di loro voleva cantare, (…) volevano solo suonare e delirare insieme”

Tutto incominciò nel 1984 ad Orange County, quando il batterista Brian Holland dopo un concerto dei Social Distorsion decise assieme al bassista Greg Kriesel di formare una band punk che potesse mostrare che nella società bigotta e ricchissima (che un giorno avrebbe ospitato una serie televisiva omonima) c’era anche un malessere profondo e inquieto che colpiva le giovani generazioni, confuse e spaventate da un presente che non capivano e da un futuro in cui non credevano.

Nel 2003 la band nota come “The Offspring” pubblicò il suo settimo album, “Splinter”, e sembrò che il punk potesse rinascere; invece dopo questo album il genere anticonformista e arrabbiato lascerà la scena (se si escludono piccole eccezioni). Già il titolo con cui era stato annunciato era tutto un programma: “Chinese Democrazy”, parodia del pluri-rinviato album dei Guns ‘N Roses:

“You snooze, you lose. Axl ripped off my braids, so I ripped off his album title”
-Holland

Il titolo con cui comparve nei negozi di dischi venne ripreso dal messaggio della canzone “Long Way Home”, una delle più riuscite della band. Nella prima settimana vendette 87.000 copie in America e, nel complesso, 1 milione e ottocento mila copie in tutto il mondo.

L’album è cattivo e pessimista, confuso e sfiduciato, ma non abbandona il proposito del “Never give up” e il pezzo d’apertura, “Neocon”, lo dimostra ampiamente con un’atmosfera da arena dei gladiatori creata da una batteria cadenzata a marcia militare, una chitarra elettrica impegnata in due riff promettenti e la voce di Holland pronta a lanciare la sfida al mondo. Segue “The Noose”, disperato quadro di una realtà soffocante, è un altero pezzo in cui si alterna uno stile limpido a un rabbioso ritornello pungente, un rincorrersi di tonalità basse che si estingue in finale movimentato e come non concluso.

A partire dal terzo pezzo, “Long Way Home”, si succedono canzoni in un turbine di rabbia e alternanza di stili e tecniche: è un mulinello di batteria in cui a sprazzi compaiono prepotentemente basso e chitarra elettrica, alternandosi a gridi collettivi e incitamenti all’inizio di ogni verso del testo. Segue “Hit That”, vero masterpiece punk-ska dal ritmo orecchiabile che è riuscito ad arrivare alto nelle classifiche: 11° nella U.K. s. chat e 64° nella Billabord Top 100. Sebbene ascoltandola distrattamente possa richiamare quasi le “canzoni dell’estate”, possiede una potenza comunicativa e una disillusione così ben composte che difficilmente le si assocerebbero a un genere, spesso grezzo, come il punk-ska.
“Race Against Myself” e “Lightning Rod” sono due ballad dalle punte heavy metal in cui si mettono in luce il talento artistico e compositivo di Dexter e la sua abilità di inserirle in un the-offspringcontesto musicale forte e sentimentale, senza perdere una sorta di ingenuità e fede nel mondo tipicamente pop/rock commerciale e legato a una tradizione americana che rimane indelebile.

Pezzi davvero molto tecnici per il basso sono “(Can’t get my) Head Around You” e “Never Gonna Find Me”, miscela di speed punk e trash in cui Greg K. da il meglio di sé assieme ad una chitarra impazzita e frenetica.
Le altre canzoni del brano sono “Da Hui”,“Spare me The Details” e “When you’re in Prison”, motivetti leggeri senza infamia e senza lode.

L’album non raggiunge certamente il livello dei precedenti “Smash” o “Ignition”, in cui il punk era più puro: sound duro, punte trash metal e aperture pop/rock dal ritmo decisamente orecchiabile e commerciale ora si mescolano e producono un lavoro eterogeneo e indeciso, privo di veri virtuosismi se non nei punti più frenetici. Le tracce generalmente sono brevi e incise, poco dispersive (se si escludono le “skip”) e non superano mai i tre minuti e mezzo. I temi sono personali e/o sociali, denuncie efferate e disilluse, incrudelite da motivetti addirittura “allegri” (a indicare  «che così è e non cambierà mai nulla, perché non gliene f***e un c***o a nessuno»). Sebbene non sia eccezionale come lavoro, rimane una chicca molto piacevole che non dovrebbe mancare nella collezione di un buon ascoltatore che vuole avere sottomano uno degli ultimissimi esempi di musica ancora libera e senza compromessi.

MAX ZUMSTEIN



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