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Dagli Stati Uniti al Friuli, il ritorno dei muri: tra politica e paura

A fine luglio scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato il via libera definitivo alla costruzione del muro di confine con il Messico, ribaltando la recente sentenza del tribunale di Oakland (California). Nel mese di agosto la CNN ha reso nota la decisione del Pentagono di destinare 3,6 miliardi di dollari del bilancio della Difesa per il finanziamento del muro.

L’era Trump

L’illusione, da parte della civiltà occidentale, di aver archiviato definitivamente l’epoca dei “muri” non è durata poi molto: dalla Berlino festante per la riunificazione all’avvento dell’era Trump sono passati, in fin dei conti, meno di 30 anni. L’Europa aveva appena cominciato a farci abituare agli effetti dell’Accordo Schengen e già il Tycoon, si approcciava alla leadership mondiale promuovendo una nuova cortina di ferro in salsa messicana.

Sulla carta, l’idea dell’allora candidato Presidente degli Stati Uniti di costruire fisicamente una barriera a sud del Texas avrebbe dovuto rivelarsi una proposta priva di appeal elettorale. Una sorta di trovata cinematografica per internauti targata HBO più che un manifesto politico; al contrario, si è poi rivelata decisiva per la vittoria e gode tuttora di un seguito sorprendentemente in crescita. Per dirne una: il Governatore del Friuli, Massimiliano Fedriga, in un’intervista al Fatto Quotidiano di pochi mesi fa, ha dichiarato che l’ipotesi di costruire un muro di 243 chilometri al confine est con la Slovenia fosse in fase di elaborazione con il Viminale (e con l’allora Ministro degli Interni).

Paura liquida

Il Trump Wall negli Stati Uniti, a ben vedere, rappresenta il turbamento eclatante della società verso crimini e violenze avallato dalla politica.

Bauman, nella sua celebre “Paura liquida”, scrisse: “Se un tempo la paura aveva un nome preciso, nel mondo contemporaneo essa si scatena da cause apparentemente serie ma di fatto è una forma di continua insicurezza, di vulnerabilità, di sensazione di essere perennemente esposti a pericoli che possono arrivare da qualunque parte”. La percezione di questi pericoli, nell’ultimo decennio, si è collocata tra le principali fonti di ansia e tensione tra la popolazione, nonostante numerose statistiche ufficiali del Ministero dell’Interno confermino il calo sia dei reati sia degli immigrati irregolari in Italia.

La giornalista e psicoterapeuta Mariarita Valentini, in un contributo a “The Vision”, si è spinta ad affermare che “(…) non siamo nemmeno titolari delle nostre paure, è sempre qualcun altro che stabilisce quali dobbiamo provare”. Proprio in questo meccanismo si insinua l’uso politico della paura: sempre più spesso, la classe dirigente internazionale tende, difatti, a fomentare sapientemente scenari apocalittici dipingendo determinati pericoli come imminenti, autoproclamandosi paladina contro il senso di insicurezza che essa stessa ha contribuito a creare.

Psicopolitica

Tale tendenza ha motivazioni prettamente neurologiche: come recentemente dimostrato da autorevoli studi, esiste una relazione tra orientamenti politici e componenti psicologiche primordiali quali la paura, i rapporti sociali, l’empatia, il disgusto; pertanto, le neuroscienze forniscono un contributo significativo all’analisi politica. L’argomento è molto complesso ed è stato oggetto di numerosi studi e ricerche; la pubblicista Anna Maria Testa ha rielaborato le analisi appena accennate su “Internazionale”, sostenendo che queste teorie non chiariscano con certezza se le strutture cerebrali che mediano gli orientamenti politici siano la causa o l’effetto delle scelte elettorali degli individui, aggiungendo che il fenomeno potrebbe rappresentare un caso di coevoluzione (il fatto A alimenta il fatto B, che a sua volta accresce il fatto A, e così via).

Lo showdown delle neuroscienze

Nella ricerca condotta dallo University College di Londra sul tema, si evince che i cervelli con un orientamento più conservatore presentano una minor quantità di materia grigia nella neocorteccia (sede delle funzioni cognitive dell’apprendimento) e amigdale più grandi (ghiandola del cervello che gestisce le emozioni, in particolar modo la paura).

Secondo l’Università del South Carolina, che ha indagato sulle relazioni tra orientamento politico e “neuroni specchio” (la cui attività coinvolge le relazioni sociali, il linguaggio e l’empatia), gli individui “progressisti” verrebbero caratterizzati da una connessione sociale più estesa con gli amici e con il mondo nella sua interezza.

I “conservatori”, invece, si distinguerebbero per una connessione sociale più salda nei confronti della famiglia e della nazione. Il neuro scienziato Read Montague del Virginia Tech Carilion Reasearch Institute sostiene invece che gli individui che reagiscono cerebralmente con più intensità al disgusto corrisponderebbero ad un elettorato conservatore e “di destra”.

Il fattore “P”

Sulla base di queste argomentazioni, si potrebbe asserire che un politico, il cui interesse elettorale risiede nel voler parlare efficacemente a destra, dovrebbe far leva sul disgusto, accentuandolo ed evocando veri e propri rischi di contaminazione. Appare immediata l’estrema delicatezza del tema. Gli studi neurologici richiamati, in linea con il metodo analitico che li accompagna, non contengono giudizi di valore o mistificazioni ma solo pura indagine scientifica (valida fino a prova contraria) e sembrano mostrare che il vero “fattore P”, in grado di influenzare con efficacia totalizzante la dimensione contemporanea, sia ad oggi la Paura e non la Politica, una politica grigia come le atmosfere di “another brick in the wall” (tanto per restare in tema) ma lontana anni luce dalla creatività rock dei Pink Floyd.

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About

Politologo classe ‘89, Abogado, aspirante Spin Doctor. È laureato in Relazioni Internazionali e “Derecho” (Giurisprudenza versione iberica). Durante la giovinezza Erasmus ha vissuto alcuni anni tra Andalusia e Belgio. Terminato uno stage in Commissione Europea, lascia Bruxelles e si stabilisce nella Capitale dove si scopre assiduo frequentatore di salotti romani ed osterie. Fresco di Master in Management Politico targato Sole24Ore & Luiss, pubblica articoli di attualità politica per Formiche.net, EUnews.it ed altre (malcapitate) testate giornalistiche. Agnostico ma di fede bianconera.


'Dagli Stati Uniti al Friuli, il ritorno dei muri: tra politica e paura' have 1 comment

  1. 7 Ottobre 2019 @ 11:39 pm Dino Colonnese

    I temi importanti che hai affrontato in questo articolo meritano ulteriori approfondimenti che investono l’evoluzione della società umana. Si alzano barriere fisiche , ideologiche, economiche che minano la sicurezza e la sopravvivenza delle popolazioni a cui viene negato il diritto naturale all’esistenza . Ma anche nei paesi che si sentono al riparo di cruente contrapposizioni si fa strada una paura strisciante e subdola che la sicurezza, la stabilità, il progresso non sono più garantiti. Tutto sembra girare vorticosamente in una spirale di un grande buco nero dove si perde il controllo,il governo delle azioni di una nave che senza nocchiero scarroccia sugli scogli. Un vecchio adagio diceva che la speranza è l’ultima a morire. Un fondo di verità c’è in questo detto popolare di antica memoria. Mi e piaciuto il tuo articolo Francesco, aiuta a a confrontarsi anche con se stesso su annessi e connessi delle vicende umane. E poi c’è il grande tema dell’ecologia a cui è legata la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi con i giovani protagonisti in un movimento di massa mondiale reclamano le risorse naturali necessarie alla vita delle future generazioni. Auguri,complimenti e a risentirci al prossimo articolo.


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