Sto pensando di finirla qui, recensione Wild Italy

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI, UN VIAGGIO ONIRICO E ANGOSCIANTE NELLA FRAMMENTARIETÀ DELL’IO

A CINQUE ANNI DA ANOMALISA, CHARLIE KAUFMAN TORNA ALLA REGIA CONFEZIONANDO PER NETFLIX UN ELABORATO DRAMMA ESISTENZIALE TRATTO DALL’OMONIMO ROMANZO DI IAIN REID

 

Sto pensando di finirla qui, film NetflixNel bel mezzo della Mostra di Venezia, è uscito direttamente in streaming il nuovo attesissimo lungometraggio del Premio Oscar statunitense Charlie Kaufman, Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending Things), che tocca i temi della memoria, dell’identità, delle scelte, dell’inesorabilità della morte e dell’incapacità di vivere nel qui e ora.

Nonostante nutra forti dubbi sulla loro recente relazione, una giovane donna (Jessie Buckley) parte in auto con il compagno Jake (Jesse Plemons) per conoscerne il padre (David Thewlis) e la madre (Toni Collette), che vivono in una sperduta fattoria. Preoccupata che la bufera di neve le impedisca di tornare indietro e tormentata dal pensiero di voler troncare il rapporto, la donna si ritrova imprigionata in un bad-trip allucinatorio, che la costringe a mettere in discussione tutto ciò che ha considerato reale, fino a una scoperta che assumerà valore di catarsi. Parallelamente, scorci di quotidianità di un anziano bidello (Guy Boyd), apparentemente slegato rispetto ai due.

Un pensiero ossessivo

La statale desolata attraversa profili sempre uguali di campi imbiancati e altalene piantate nel nulla mentre alla radio trasmettono musica country. Un tergicristallo tiene il tempo. Lucy (o Cindy, o Louisa, o Lucia, o Yvonne…) è conscia di non poter scacciare il pensiero che la ossessiona.

 “Puoi dire qualunque cosa, fare qualunque cosa, ma non puoi fingere un pensiero

Il silenzio nell’abitacolo è doloroso, una costrizione insopportabile per i due, abitati dal tumulto, impressi in un male di vivere che si specchia vicendevole, impotente. La donna contempla fuori dal finestrino il paesaggio rurale ammantato di neve. Si aliena nel suo flusso interiore, mentre il compagno cerca di coinvolgerla nella conversazione. È un’America desaturata, frustrata, alla Carver.

Arrivati alla fattoria, Jake insiste per mostrarle le stalle. Alcuni animali sono morti e giacciono a terra, congelati e senza sepoltura e la sensazione lugubre non cessa entrando in casa.  I genitori di Jake sono due personaggi grotteschi che mascherano disagio e disperazione con una risata isterica. Di colpo spariscono per riapparire invecchiati o ringiovaniti sotto lo sguardo sempre più disorientato di Lucy, che intanto riceve insistenti telefonate da una voce misteriosa, che allude a un presagio o un avvertimento.

Kaufman colpisce ancora!

Charlie KaufmanSto pensando di finirla qui è una conferma e una summa ideale della poetica di Charlie Kaufman. Noto per la sua scrittura a matrioska, che frammenta la narrazione per restituire la molteplicità di sfaccettature della coscienza, Kaufman non ha mai sbagliato un film.

Prima la collaborazione con Spike Jonze (Essere John Malkovich, Adaptation – Il ladro di orchidee), poi quella con Michel Gondry (Human Nature, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, che gli è valsa l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale). Nel 2008 approda alla regia con il potentissimo Synecdoche, New York e dopo sette anni firma il film d’animazione “per adulti” Anomalisa (2015) vincendo il Leone d’argento a Venezia.

Ora Kaufman crea per Netflix un’ennesima mise en abyme in cui il suo cinema giunge a un altro livello di maturità. Sfrutta le premesse tematiche e stilistiche cui ci ha abituati ma vertendo stavolta più sull’aspetto straniante, metafisico e orrorifico del turbamento umano.

Un punto a favore di Netflix, che in un anno davvero difficile, in cui s’è prodotto poco e il mercato è un’incognita, coraggiosamente sposa un progetto arthouse svincolato dalle logiche commerciali e di difficile fruizione per il pubblico medio. E per Kaufman che, rivendicando la sua urgenza artistica senza compromessi, confeziona uno tra i migliori film di questo 2020.

 

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Metatestualità e proiezioni

Sto pensando di finirla qui è un film ricco di riferimenti e citazioni. Da quelle letterarie (William Wordsworth, David Foster Wallace, il Guy Debord de La Società dello Spettacolo) a quelle cinematografiche, attraverso la celebre stroncatura che Pauline Kael fece di Una moglie (A Woman Under the Influence) di John Cassavetes – passando per il Teatro dell’Assurdo.  Un’opera meta-testuale, che diventa specchio dell’immaginario di un personaggio che, inetto a vivere, si totalizza nel suo universo culturale. Non a caso il film è girato in 4:3, l’aspect ratio delle vecchie pellicole di cui Jake è appassionato.

La stessa protagonista senza nome/dai tanti nomi è l’incarnazione di un’idea cinematografica. È la proiezione della voce che è in Jake, che lo spinge a distruggere una volta per tutte le aspettative idealistiche che gli impediscono di raggiungere l’equilibrio. Lei non è fulcro ma prospettiva del racconto, oggetto del desiderio ed emblema di tutte le strade non battute, ma anche proiezione del sé finalmente libero.  Come Tyler Durden.

Un prodotto multigenere di altissima qualità

Sto pensando di finirla qui, NetflixSto pensando di finirla qui è un’opera ibrida e stratificata, che mescola molti generi e livelli del racconto. Dramma esistenziale e thriller psicologico con venature horror, sequenze musical e segmenti animati e persino un breve film-nel-film. Un falso Zemeckis – esplicita dichiarazione anti-comfort movie e presa di posizione poetica contro un cinema fatto di linearità ed happy ending.

L’impianto scenico, valorizzato dall’ottima fotografia di Łukasz Żal, è curato al dettaglio e alterna interni carichi ad esterni bianchi e minimali. La regia non è da meno, con prospettive stranianti (splendido il frame con la donna riflessa nello specchietto dell’auto infranto) che esaltano una scrittura caleidoscopica gestita egregiamente. Altrettanto pregevole il montaggio, che gioca sull’accostamento simbolico come a costruire una caccia all’indizio nella quale ci si perde volentieri.

Ma è il cast a impreziosire il tutto. Jessie Buckley è una rivelazione, capace di catalizzare interamente l’attenzione dello spettatore. Toni Collette e David Thewlis non potrebbero essere più credibili, in una perfetta sintesi di patetismo stralunato e grettezza. Jesse Plemons, dopo il Todd di Vince Gilligan, resta sul precipizio della furia, ambiguo e ipersaturo, pronto a mostrificarsi da un momento all’altro. Ma pare anche la reincarnazione del defunto feticcio kaufmaniano Philip Seymour Hoffman.

L’agonia del rimpianto

Gli esseri umani, gli unici consapevoli della propria mortalità, rifiutandosi di accettarla hanno preferito inventarsi la speranza. Nichilista fin dalla premessa Sto pensando di finirla qui, che inizialmente può sembrare un mumblecore alla Linklater sulle frustrazioni del rapporto di coppia e sul disagio esistenziale di una giovane donna.

Kaufman però prende progressivamente una piega più dolorosa, mettendo in scena la ricostruzione frammentata di un anziano rifratto su di sé. Un febbrile flusso di coscienza per rievocare tutte le occasioni perse, le ambizioni mai concretizzate, le aspettative disattese, in una danza macabra con il fantasma della donna idealizzata e mai avuta.

Sto pensando di finirla qui prosegue l’esplorazione kaufmaniana della depressione attraverso personaggi alter-ego sempre più complessi e non offre vie di fuga consolatorie. La vaghezza simbolica che sceglie come cifra stilistica accresce il disorientamento dello spettatore dinanzi all’orrore della più banale miseria, quella dell’essere umano. Un percorso labirintico attraverso le diramazioni dei se e dei sé, scavando nel rimpianto tra le memorie costruite e impresse nella mente.

Un affascinante rompicapo esistenziale

Sto pensando di finirla qui, David Thewlis e Toni ColletteCharlie Kaufman depista continuamente lo spettatore, pur disseminando il film di indizi circa la natura proiettiva degli eventi. L’impossibilità di identificare un nome o una professione univoci per la protagonista, le telefonate che sembrano giungerle da lei stessa o da Jake anziano, il pensiero di lei che Jake sembra “sentire”, l’assenza di continuità tra un’inquadratura e l’altra sono solo alcuni degli elementi che compongono un clima di totale straniamento.

Anche i continui sbalzi temporali – con i genitori di Jake che invecchiano, muoiono e ringiovaniscono nel corso di una cena – incarnano l’angoscia del protagonista per il tempo che scorre. Tempo che in Sto pensando di finirla qui è una variabile puramente soggettiva: si piega, s’inverte, si dilata, perde di significato come in un sogno. Passato e presente si confondono. Così realtà e finzione.

Non si può che pensare che Kaufman abbia attinto parecchio al bagaglio di suggestioni di David Lynch e Luis Buñuel, ma c’è anche un po’ dell’Aronofsky di Mother! (2017) e del Peele di Get Out. Film cerebrale, ermetico, baroccheggiante di allegorie, sicuramente non per tutti i palati ma di fronte al quale è difficile restare indifferenti.

A libera interpretazione

Occorre – se non si vuole seguire il monito di Nolan in Tenet e “sentirlo” e basta – distinguere tra ciò che realmente accade, ciò che si ricorda e ciò che è immaginato. Ma non è davvero rilevante comprendere i misteri celati tra le citazioni, oltre la porta della cantina, dietro le tappezzerie.

Sto pensando di finirla qui funziona benissimo anche “sbagliando” interpretazione, perché non cede all’impulso di incasellare l’immaginario spettatoriale in un’unica direzione. Kaufman ci lascia liberi di pensare che il suo film parli di una donna o che parli di un uomo. E che ciò che vuole finire sia la sua relazione o la sua vita.

Un grande pregio per un’opera a prova di fobici dello spoiler, aver dimostrato quanto poco contino le risposte rispetto alle domande che (ancora) possiamo porre sulla nostra percezione dell’esistente. E quanto labile sia il confine tra reale e immaginato.

Sto pensando di finirla qui è stato distribuito il 4 settembre su Netflix.

 

 

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Fonte immagini: hotcorn.com


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