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Suburbicon, conosci davvero i tuoi vicini?

Deriva da un documentario del 1957 l’idea alla base di Suburbicon, nuova regia di George Clooney (Tomorrowland, Fantastic Mr. Fox). In Crisis in Levittown veniva infatti raccontato cosa accadde agli afroamericani William e Daisy Meyers quando si trasferirono a Levittown: un vero e proprio insorgere dei (bianchi) vicini che, tra insulti razziali e bandiere confederate, “invitavano” la famiglia a levare le tende. Quest’idea è poi stata presa da Clooney per farla convergere in una sceneggiatura firmata dai fratelli Coen datata 1986. Script che, rielaborato da Clooney insieme a Grant Heslov, è l’altra base fondante per la definitiva versione di Suburbicon, già presentato in concorso al 74° Festival di Venezia.

Sinossi

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Quella che nella realtà fu Levittown nel film diventa la città-modello di Suburbicon. Siamo nel 1959, e la vita tra le sue strade e nelle sue case sembra apparentemente perfetta. Almeno fino a quando si verificano due diversi episodi. Da una parte, la famiglia di Gardner Lodge (Matt Damon, The Martian, Gerry) – composta dalla moglie Rose (Julianne Moore, Freeheld, Kingsman – Il cerchio d’oro) e il figlioletto Nicky (Noah Jupe), a cui si unisce in visita la sorella gemella della donna, Margaret (sempre la Moore) – subisce un’irruzione in casa nel cuore della notte da parte di due delinquenti, con tragiche conseguenze. Dall’altra, la famiglia afroamericana dei Mayers, appena trasferitasi nel vicinato, patisce la palese ostilità della cittadina, con atti di sempre maggiore violenza. Tra assicuratori sospettosi (Oscar Isaac, Star Wars 7, Ex Machina) e ragazzini impauriti, la comunità non sarà più la stessa.

Dai 50’s ad oggi

Una black comedy che vuol mostrare il marcio dietro l’apparenza idilliaca. Basterebbe questo breve sunto per evidenziare come Suburbicon sia, ancor prima che un film di Clooney, un film dei fratelli Coen. Cinismo e ironia dominano la pellicola, che tuttavia si svolge molto più “seriamente” di quanto le premesse farebbero pensare. L’intento di Clooney è evidente. Raccontare una storia ambientata in uno dei periodi storici americani considerati tra i più felici, per sottolineare come le apparenze siano solo tali, alludendo di conseguenza in più modi all’attualità.

In superficie, il mondo di Suburbicon è quello di un’ideale cartolina dai 50’s. Abbiamo una comunità ben organizzata, tante casette tutte uguali e per tutti, donne sorridenti nei loro abiti inamidati, vita casalinga rose e fiori. Gratta gratta, ecco però che lo sporco nascosto sotto il tappeto tirato a lucido viene fuori: intolleranza, razzismo, invidia, violenza. I muri che la comunità della cittadina inizia – letteralmente – a tirare su contro i vicini neri non può che ricordare il muro di Trump. Così come il periodo di ambientazione scelto, i favolosi anni ’50, sembrano voler raccontare che “la great America” a cui Trump aspira a tornare, non sia mai stata davvero così “great” per tutti. Nel film si guarda – metaforicamente e non – al lato sbagliato della staccionata, perdendo di vista dove e quale sia il vero problema, in una tipica caccia alle streghe.

L’orrore dietro l’anonimato

Il meccanismo narrativo messo in moto da Suburbicon è quello tipico dei Coen. Dietro una vita anonima e tranquilla, un determinato avvenimento porta i personaggi ad agire in maniera erronea. Questi finiscono poi per sbagliare sempre di più fino a raggiungere il classico punto di non ritorno. Una discesa tragicomica raccontata da Clooney con umorismo nero, ma anche dispiego di tensione. Causa l’empatia che si viene a sviluppare nei confronti del piccolo Nicky, spesso usato come occhio al tempo stesso esterno e interno con cui guardare al succedersi degli avvenimenti. Se Matt Damon non dà al ruolo nessun guizzo particolare – capofamiglia sciatto e inadeguato – a differenza di Julianne Moore a cui i 50’s sapevamo già stare d’incanto, Oscar Isaacs pur in un ruolo minore riesce invece a farsi ricordare.

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Clooney riesce a confezionare una commedia/thriller abbastanza godibile. Che tuttavia, nonostante ricordi proprio i migliori lavori dei Coen, dà di continuo l’impressione di non riuscire a eguagliarli. Colpa di una certa fragilità registica che sembra appunto “scopiazzare,” ma senza troppa personalità. Ma anche colpa del messaggio così linearmente lanciato allo spettatore, e di una generale prevedibilità nella narrazione e stereotipizzazione nella costruzione dei personaggi.

Suburbicon risulta, in definitiva, meno incisivo di quel che ci aspetterebbe, pur giocando sulle generalmente amate esagerazioni grottesche e dispiegando un racconto che vuol dire qualcosa di importante al di là del puro intrattenimento. Il film di Clooney vorrebbe porsi come un divertissement di qualità che non vuol prendersi troppo sul serio, anzi spesso volutamente assurdo. E che tuttavia lascia piuttosto freddi, come i sorrisi artefatti offerti dalla Moore.

Suburbicon sarà al cinema dal 6 Dicembre con 01 Distribution.

 

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About

Da sempre cultrice del cinema classico americano per indole familiare e dei cartoni Disney e film per ragazzi anni ’80 e ’90 per eterno spirito fanciullesco, inizio più seriamente a interessarmi all’approfondimento complesso della Settima Arte grazie agli studi universitari, che mi porteranno a conseguire la laurea magistrale in Forme e Tecniche dello Spettacolo. Amante dei viaggi, di Internet, delle “nuvole parlanti” e delle arti – in particolare quelle visuali – dopo aver collaborato con la testata online Cinecorriere, nel 2013 approdo a SeeSound.it, nel 2015 a WildItaly.net e nel 2016 a 361magazine.com, portando contemporaneamente avanti esperienze lavorative nell’ambito della comunicazione. CAPOSERVIZIO CULTURA


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