Succession, Brian Cox e Jeremy Strong

Succession, il gioco del trono in una cinica saga familiare che bilancia dramma e ironia

Candidata a 18 nomination agli Emmy Awards 2020, Succession si conferma una delle serie più interessanti degli ultimi anni

 

Ideata dallo showrunner Jesse Armstrong, sceneggiatore di sitcom di successo oltre che di Ricordi pericolosi (Black Mirror), co-prodotta da Will Ferrell e Adam McKay (La Grande Scommessa, Vice – L’uomo nell’ombra) e distribuita da HBO, Succession si ispira abbastanza esplicitamente alla figura del fondatore della News Corporation Rupert Murdoch.

New York. La facoltosa famiglia Roy vive all’ombra dell’ingombrante patriarca Logan (Brian Cox), anziano magnate d’altri tempi che controlla uno dei più grandi conglomerati mediatici del mondo. Quando questi subisce i primi contraccolpi della vecchiaia, i quattro figli si ritrovano coinvolti nella scalata al trono del successore, tra lotte fratricide e parricide per accaparrarsi il potere nonché la tanto anelata approvazione paterna.

La famiglia Roy

Succession, parte del cast della seconda stagioneAlla vigilia del suo ottantesimo compleanno ci si aspetta che Logan Roy passi il testimone al secondogenito Kendall (Jeremy Strong), l’erede designato, il più addentro dei quattro al mondo del business. Ma l’inclinazione di questi all’autodistruzione e all’assoggettamento, entrambe caratteristiche che lo fanno apparire debole, inducono il padre a muovere un passo indietro circa il ritiro dalle scene. Il vecchio Logan mette costantemente alla prova la lealtà e la spregiudicatezza dei suoi figli. Li stimola umiliandoli, servendosi della stessa brutalità con la quale gestisce il suo impero finanziario. Non vuole cedere facilmente ciò che lui ha lottato per costruire.

Convinto di dover assumere le redini dell’azienda affinché non crolli rovinosamente a causa dell’ormai obsoleta visione paterna, Kendall inizia una lotta contro Crono per affrancarsi dal pesante cognome di famiglia e dare il suo contributo allo sviluppo dell’eredità. Anche Siobhan (Sarah Snook), unica femmina e spin doctor di successo, sceglie l’indipendenza avvicinandosi ai nemici politici del padre.

Contrariamente Roman (Kieran Culkin), una sorta di Loki cristallizzato nel ruolo di figlio scapestrato, edonista e privo di prospettive, si accosta all’azienda paterna aspirando a una legittimizzazione. Mentre Connor (Alan Ruck), il primogenito, si gode i privilegi del suo status in un’ipocrita manifestazione dell’healthy man borghese, affascinato dalle tendenze new age e privo di scopo. In mezzo a questa giostra d’inetti s’inserisce il cugino Greg (Nicholas Braun), nipote del fratello di Logan, cresciuto umile e sfacciatamente spinto dalla madre ad insinuarsi tra i Roy nella speranza di trarne un utile.

La solitudine del potere

Succession, Brian CoxAl vertice di tutto il grande burattinaio Logan, un Re Lear rapace che assicura di espandere il proprio potere unicamente a beneficio dei suoi figli. Il complesso di inferiorità di tutti coloro i quali gli gravitano intorno genera dinamiche imprevedibili, espresse con una certa dose di ironia quasi caricaturale: ciò crea una miscela ben equilibrata di racconto familiare e farsesco attacco ai limiti del potere e della ricchezzaSuccession farcisce un (a)tipico family drama di riflessioni attuali sul capitalismo facendo un’analisi sociale schietta ma non lagnosamente giudicante sul mondo dei privilegiati. In linea con la filosofia HBO, marchio e sinonimo di qualità, la serie non lesina su veridicità e cattiveria.

Non ci sono personaggi positivi e anche quelli che lo sembrano in breve finiscono per rivelarsi avidi e opportunisti quanto e più degli altri. Del resto è l’elite multimiliardaria il soggetto in questione. Un’umanità in cui la trasgressione è il solo veicolo di libertà espressiva, la prevaricazione l’unica forma di autoaffermazioneNon c’è che lotta; anche la famiglia è un luogo in cui guardarsi le spalle, di abusi verbali e in cui gli abbracci mettono a disagio. E impera la solitudine. La smodata frenesia di potere ha spesso il volto dell’insoddisfazione emotiva, trasmessa da padre in figlio, da fratello a fratello, come una reliquia.

Una regia immersiva 

Sarah Snook e Kieran CulkinUn po’ I Soprano, un po’ Dogma 95 – c’è del Vinterberg di Festen – ciò che colpisce immediatamente è il fattore stilistico. Succession presenta un taglio documentaristico in medias res che privilegia l’uso di camera a mano e insiste sui primi piani. A suon di zoom avanti e indietro sui personaggi e movimenti di macchina traballanti e non di rado nevrotici, la regia induce a un’immersione pur sempre spettatoriale ma vicinissima ai soggetti osservati, alle traiettorie degli sguardi e alle dinamiche sottese ai gesti.

Ciò che manca in termini di empatia nei confronti di questi riccastri infami e sboccati ritorna grazie alla capacità della regia di porre chi guarda al centro della stanza, invisibile come una delle figure che ruotano intorno al microcosmo fagocitante dei Roy. Adam McKay, che ha diretto il pilota, ritrova i connotati stilistici de La grande scommessa e persino alcuni spunti narrativi, come la concezione della ricchezza, di norma appannaggio di chi non sa come gestirla.

Succession pone questa premessa alla base del suo intreccio. Questi Lannister contemporanei, disturbati dalla natura asfittica del cognome che portano, cospirano gli uni contro gli altri senza neppure sapere perché. Aspirando a un potere di cui non sanno che farsene. Che li allontana dagli affetti e da loro stessi.

Scrittura caustica

Succession, Jeremy StrongÈ proprio la scrittura il pregio principale della serie, teatrale, sempre in bilico tra satira e dramma. Si avvale di dialoghi vividi, serrati, che spesso sfociano nell’esagerato e valorizzati da un umorismo adorabilmente cinico. Il personaggio di Roman – il più brillante e sopra le righe, probabilmente il più frustrato – sforna una battuta al vetriolo dopo l’altra; il vecchio inventa giochini sadici per piegare alla sua volontà chiunque gli remi contro. Le svolte narrative non brillano per originalità ma risultano sempre coerenti con l’evoluzione dei personaggi, ben caratterizzati al di là della scelta di farli apparire tutti più o meno macchiette.

Il cast è azzeccatissimo, capace di dare corpo e credibilità a personaggi autenticamente detestabili, ma per i quali si finisce comunque per simpatizzare. Brian Cox è un patriarca perfetto, Matthew MacFadyen interpreta un genero esilarante, a metà tra due mondi e mai veramente a suo agio in nessuno di questi.

Succession è arrivata in sordina; invece di subire il canonico crollo di ascolti ha faticato ad ingranare acquisendo una maggiore fetta di pubblico, specie americano, proprio a partire dalla seconda stagione. Comunque meno di quanto non abbia fatto intendere la quantità di articoli ed approfondimenti riservatale dalla critica ipercelebrativa. Sì perché, come qualche volta succede, il prodotto è diventato cult all’interno della bolla dei media, rimanendo semisconosciuta o quasi per il pubblico dei non addetti ai lavori. HBO ha comunque annunciato il rinnovo per una terza stagione; nel frattempo vedremo come verrà accolta agli Emmy Awards, per i quali ha ricevuto ben 18 nominations.

 

Succession è prodotta e distribuita da HBO. In Italia va in onda su Sky Atlantic dal 30 ottobre 2018.

 

 

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Fonte immagini: indiewire.com.


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