Sviluppo Economico: premio fedeltà al neoministro Romani

Paolo Romani è il nuovo Ministro dello Sviluppo Economico. Fedelissimo di B. e uomo chiave delle emittenti private, la sua nomina apre la strada a dubbi di conflitto di interessi e gela il Colle. Senza dimenticare i suoi tentativi ammazza-internet.

La fumata bianca ieri è finalmente arrivata, si può rendere lode al Premier che, dopo aver ricoperto per 153 giorni la carica di Ministro ad interim per le dimissioni di Scajola, si è forse accorto della poca praticità di un presidente factotum. Molto più semplicemente, quella di Paolo Romani (già vice di Scajola) a Ministro dello Sviluppo Economico è una nomina che da temp0 era nell’aria, ritardata e protratta fin troppo a lungo da un centro-destra in tutt’altre faccende affaccendato.

Cerchiamo dunque di tracciare un ritratto di Romani. Prima di dedicarsi al nuovo sport nazionale, la demolizione del Paese, egli era noto per le proprie attività in ambito televisivo, editore di emittenti lombarde di successo, occupazione iniziata nel 1974 e abbandonata al momento dell’ascesa politica in Forza Italia. Poiché si sa che il primo amore non si scorda mai, anche in politica l’onorevole si è interessato volentieri di TV: già membro della Commissione parlamentare speciale per il riordino del settore radiotelevisivo, leader del Dipartimento Nazionale Informazione Radiotelevisiva di Forza Italia, membro (e poi presidente) della Commissione Trasporti, poste e telecomunicazioni, sottosegretario alle Comunicazioni nel 2005 (e poi dal 2008), per essere infine nominato, tra il 2009 e quest’anno, prima viceministro e ora Ministro allo Sviluppo Economico.

Se questo fosse un Paese normale, non potremmo che gioire per il ripristino dell’ordinarietà e la doverosa nomina di un Ministro dello Stato in una posizione chiave, con la certezza che lavori per lo sviluppo reale dell’Italia. Questo tuttavia, ahimè, non è un Paese normale.

La figura di Paolo Romani, infatti, apre più perplessità di quante ne chiude. Per chi non lo conoscesse, il neoministro è tra gli uomini di fiducia del Cavaliere, legato a lui da un’esperienza politica che dura ormai dalla famosa discesa in campo del 1994. Da allora Romani è riuscito sempre a distinguersi per le sue discutibili scelte politiche.

Anche in questo ambito, il legame è sempre la TV: quando si è parlato dell’ingresso di Sky sul digitale terrestre, con la richiesta dell’azienda all’UE per avere una deroga sulla partecipazione all’asta delle frequenze, il nostro uomo si è distinto – insieme al Fedele Confalonieri, presidente Mediaset – per i tentativi di impedire che la richiesta del network di Murdoch andasse in porto. Si è volentieri interessato anche di Telecom Italia, si ricordi un tentativo poi fallito di sostituirne l’AD Bernabè con Stefano Parisi (Fastweb), molto vicino proprio a Romani (fonte La Repubblica); sempre riguardo all’azienda di telefonia, su di essa l’onorevole ha a lungo fatto pressing per favorire Mediaset nell’operazione Digital Plus. La debolezza del Ministro per Mediaset del resto sembra essere notevole, fino al punto di aver concesso solo un mese fa all’emittente il diritto di utilizzare temporaneamente una frequenza dell’alta definizione (770 Mhz-Canale 58) che dovrebbe essere assegnata tramite gara d’appalto.

E’ proprio questo non indifferente conflitto di interessi nella nomina a garante di un imprenditore nel campo televisivo che ha creato delle perplessità nel (pur catalettico e accondiscendete) Presidente Napolitano, che per due volte ha cercato (?) di respingere l’idea della nomina di Romani a Ministro. Al terzo tentativo, tuttavia, il Quirinale ha “preso atto” della scelta del Premier, ufficializzando la nomina con una cerimonia fredda e frettolosa.

Non meno infelice, infine, sembra l’ultimo aspetto d’interesse nella questione: il rapporto del Ministro con Internet. Presidente del tavolo NGN per la banda larga e il digital divide in Italia, proprio Romani aveva lanciato un piano che avrebbe dovuto stanziare per interventi interstrutturali 800 milioni di euro, i quali tuttavia sono stati decapitati dall’implacabile scure dei tagli governativi, trasformandosi – tra numerosi ritardi – in miseri 100 milioni. Né sembra prospettarsi un futuro privo di grane: a partire dalle sentenze del Tar sul ricorso di Sky contro il nuovo telecomando del digitale terrestre, per finire con la situazione catastrofica della banda larga in Veneto, dove 1/3 delle imprese non è connesso: su 100 milioni attesi, ne sono arrivati 26 tra le proteste degli imprenditori.

Come dimenticare, infine, il famoso Decreto Romani ammazza-internet, contro il quale tanti blogger e siti hanno protestato lo scorso 20 febbraio? Per chi non sapesse o non ricordasse, si tratta di un decreto legislativo a firma proprio di Romani che, accampando l’ottemperanza a una Direttiva UE del 2007, prevedeva l’equiparazione dei contenuti video di internet alla televisione, con le conseguenti implicazioni normative. Lo scopo – chiaramente non dichiarato – era quello di censurare e imbavagliare la rete, assicurandosi così da un lato il controllo politico, dall’altro il monopolio su tutti quei contenuti video diffusi nel web su cui Mediaset nutre dei diritti. Il decreto prevedeva, infatti, anche la difesa del copyright da parte dei provider, con multe per i trasgressori.

In un Paese normale, la nomina a Ministro di un individuo come Romani non sarebbe mai avvenuta e noi ora potremmo parlare di programmi e priorità di governo, invece di doverci concentrare per l’ennesima volta sui trascorsi personali e i conflitti di interessi di loschi figuri che hanno trasformato la politica in un malaffare. Mala tempora currunt.

DAVID DE CONCILIO



'Sviluppo Economico: premio fedeltà al neoministro Romani' have 1 comment

Be the first to comment this post!

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Shares