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Terry Gilliam presenta L’Uomo che Uccise Don Chisciotte: “Quando Don Chisciotte comincia a viverti in testa diventi come lui”

L’opera “maudit” di Terry Gilliam arriva finalmente nelle sale italiane a partire dal 27 settembre. Per promuovere L’Uomo che Uccise Don Chisciotte è giunto a Roma lo stesso regista, che ha incontrato la stampa

 

Un sogno lungo 30 anni. Un sogno fatto di progetti rimasti tali e progetti partiti e presto interrotti. Di riscrittura, ossessione ma anche e soprattutto tanta tenacia e passione condite da un pizzico di follia. Un sogno che è finalmente realtà e che prende le forme cinematografiche de L’Uomo che Uccise Don Chisciotte. Lo attendeva da tempo tanto il suo autore Terry Gilliam quanto il pubblico che negli anni ha sofferto con lui per le difficoltà produttive e realizzative. Pubblico che può ora tirare un sospiro di sollievo e vedere il film “maudit” di questo autentico genio visionario a partire dal 27 settembre in Italia con la distribuzione di M2 Pictures.

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte prende ispirazione dal capolavoro letterario di Miguel de Cervantes SaavedraDon Chisciotte della Mancia, per arrivare a raccontare qualcosa di diverso e più personale.

Protagonista è Toby (Adam Driver, Silence, Star Wars 7, Star Wars 8), cinico ed egocentrico regista pubblicitario che ha svenduto il suo talento per il denaro. In Spagna per girare uno spot commerciale, Toby si ritroverà nel piccolo villaggio dove molti anni prima aveva girato una rivisitazione lirica della storia di Don Chisciotte. Qui sarà costretto ad affrontare con orrore le impensabili ripercussioni provocate dal suo film sulla gente del luogo che vi aveva allora preso parte. Soprattutto su Javier (Jonathan Pryce), vecchio calzolaio che aveva al tempo ricoperto il ruolo di Don Chisciotte e che vive da quel momento bloccato nella follia, credendosi davvero il protagonista del romanzo di Cervantes. Per una serie di incidenti Toby finirà per accompagnare quest’ultimo in giro per le campagne, da lui scambiato per il suo fedele scudiero Sancho Panza.

Per presentare alla stampa L’Uomo che Uccise Don Chisciotte è venuto a Roma lo stesso Terry Gilliam, accompagnato in conferenza dal direttore della fotografia Nicola Pecorini. Ecco cosa ha raccontato della sua magnifica ossessione.

L'Uomo che Uccise Don Chisciotte GilliamCome ha lavorato sul testo di Cervantes?

«Abbiamo una trentina d’anni per discuterne? Quando ho letto il libro per la prima volta nel 1989 ho pensato che non sarebbe stato possibile trarne un film, era un’operazione troppo gigantesca. L’idea era di focalizzarsi sugli ultimi fuochi di un vecchio uomo che invece di recriminare su quello che aveva o non aveva fatto nella sua vita, decide di mettersi all’opera, per poi morire felicemente. Da questa idea originale sono poi stati attuati tutta una serie di cambiamenti. Il più recente risale a 3-4 anni fa e riguarda l’idea che Toby sia un regista che dieci anni prima ha girato un film dal titolo L’uomo che uccise Don Chisciotte.

Quello che mi premeva sottolineare con quest’idea è come i film – e questo in particolare – abbiano un impatto e si ripercuotano sulle persone. Il che è anche quello che era successo al personaggio di Don Chisciotte, che aveva letto tanti di quei libri che parlavano di castelli, cavalieri e donzelle da salvare da uscire fuori di testa. Quello che volevo raccontare non era come il personaggio di Toby fosse dieci anni prima, prima del successo e del film, ma vedere cosa era capitato per es. agli abitanti del villaggio, a queste persone semplici a cui era stata data l’opportunità di fare qualcosa di diverso.

A quel punto la sceneggiatura era diventata molto più interessante, motivo per cui ci è voluto tanto per riscriverla. Quando si ha tanto tempo per riscrivere una sceneggiatura si arriva ad annoiarsi delle vecchie idee, di cui rimangono solo le più originali e i migliori guizzi creativi. Fondamentalmente sono un mistico, penso che il film si sia scritto da solo, peccato che sia uno scrittore molto lento».

Come è cambiata la sceneggiatura nel corso di questi lunghi anni?

«Precedentemente il personaggio di Adam prendeva una botta in testa, cadeva a terra, si ritrovava nel 17° secolo e realizzava il vero Don Chisciotte. Quella versione però non era interessante come questa finale. Il Toby di L’Uomo che Uccise Don Chisciotte è un vero regista, un uomo di talento che tradisce questo talento per il denaro. È un po’ la storia di Frankenstein. È lui ad aver creato Don Chisciotte e ad esserne responsabile. Non si pone il problema dell’effetto che i suoi film, le sue creazioni, hanno sulla gente. Fin troppi registi non accettano la responsabilità di quello che fanno, non rendendosi conto di quanto sia importante realizzare qualcosa che porti le persone a riflettere».

Cosa l’ha spinta in tutti questi anni a perseverare con il progetto?

«Il motivo è che tutte le persone ragionevoli mi dicevano di mollare, ma io non credo nelle cose ragionevoli, bensì in quelle irragionevoli. Don Chisciotte è molto pericoloso perché quando comincia a viverti in testa non riesci a liberartene, diventi come lui».

Questa versione del film sarebbe potuta esistere nel 1989 o negli anni 2000?

L'Uomo che Uccise Don Chisciotte Gilliam

«No. Sono convinto che ogni film nasca in un momento specifico e con un gruppo specifico di persone. Adam è molto diverso da Johnny Depp. Il film che stavo cercando fare nel 2000 era magari più ambizioso, ma meno interessante e non così divertente. Questa versione de L’Uomo che Uccise Don Chisciotte è stata realizzata con la metà del budget del precedente, anche se Adam alla fine ha preso più di quanto avrebbe preso Johnny all’epoca. Il budget inferiore ci ha però consentito di concentrarci maggiormente su quello che stavamo facendo».

Nicola Pecorini: «Sono stato testimone privilegiato dell’evoluzione del film stesso. Nel 2000 era un film più grandioso, con viaggi nel tempo, scene con centinaia di comparse, voleva essere un film epico legato al romanzo di partenza. Mano a mano – un po’ per ristrettezze economiche un po’ per evoluzione personale di Terry – è diventato un film più intimo e autobiografico. Il film si è fatto da sé prima ancora di finire sul set».

Come è arrivato alla scelta di Adam Driver?

«Ho incontrato Adam in un pub a Londra. Non avevo visto nessun suo film né lavoro televisivo. Mi è piaciuto perché era completamente diverso dal tipo di attore che immaginavo avrebbe dovuto interpretare il personaggio. Ho pensato avrebbe potuto essere un nuovo inizio, visto che ormai ero un po’ stanco di quella che era la mia idea originale del film. Adam non sembra una star del cinema, non si comporta come tale. Abbiamo creato un’intesa».

E riguardo Jonathan Pryce?

«Per quindici anni Jonathan Pryce aveva cercato di interpretare Don Chisciotte. Quando finalmente ho deciso di ingaggiarlo, la sua performance è stata sorprendente. È come se nel suo Don Chisciotte avesse inglobato tutti i personaggi shakespeariani che ha interpretato nella sua carriera».

Lei ha sempre messo al centro del suo cinema la fantasia. Come si sente in questo momento in cui il cinema sembra essere più ancorato al reale?

«Non sono d’accordo. Tutti i grandi film sono incentrati sulla fantasia, non hanno alcun contatto con la realtà, è il mondo dei sogni giovanili. Quello che personalmente mi interessa è invece il conflitto, la battaglia tra la fantasia e il reale. In questo senso Don Chisciotte è il sognatore, il folle. Sancho Panza è la controparte radicata nella realtà. Ciò che mi dispiace piuttosto è che film come Avengers non posseggono entrambi questi due aspetti, ma solo quello fantastico. I film puramente realistici invece spesso sono tali perché non hanno un grande budget e non possono permettersi altro che essere tali, e banali.

Per L’uomo che uccise Don Chisciotte abbiamo girato sempre in esterni, nelle location reali, non abbiamo mai costruito set in studio. Questo ha consentito in un certo senso di tenere ancorata la fantasia. L’obiettivo era di girare un film che avesse le sue basi in un mondo reale da poter percepire, odorare».

Nicola Pecorini: «Il che è un po’ quello che accadeva a Don Chisciotte, che viveva le sue fantasie, ma per il quale poi i pericoli e gli ostacoli erano reali».

L'Uomo che Uccise Don Chisciotte GilliamSi può ancora trovare immortalità nell’irrazionale? Il suo cinema cosa può rappresentare in questo senso?

«L’unica cosa che possiamo dire è che Don Chisciotte non muore mai, tramanda la conoscenza, che è quello che fa l’arte. Non siamo mai completamente originali, andiamo sempre a rubare da quelli venuti prima di noi. Le idee continuano a esistere. Quindi Don Chisciotte continuerà a vivere perché troverà una nuova voce. Esistono circa sette storie in tutto da raccontare, la nostra vita non cambia più di tanto, e le buone storie continuano a sopravvivere».

C’è un sogno di cui nella sua vita si sarebbe sbarazzato?

«No, amo tutti i miei sogni e vi rimango disperatamente aggrappato. La vita può essere molto ripetitiva, ma i miei sogni non lo sono mai».

Terry Gilliam non ha ancora un prossimo progetto in mente ma i fan si rassicurino. Non ha alcuna intenzione che L’Uomo che Uccise Don Chisciotte finisca per essere il suo ultimo film.

Crediti foto: Diego Lopez Calvin
Fonte foto: Studio Lucherini Pignatelli

 

 

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Da sempre cultrice del cinema classico americano per indole familiare e dei cartoni Disney e film per ragazzi anni ’80 e ’90 per eterno spirito fanciullesco, inizio più seriamente a interessarmi all’approfondimento complesso della Settima Arte grazie agli studi universitari, che mi porteranno a conseguire la laurea magistrale in Forme e Tecniche dello Spettacolo. Amante dei viaggi, di Internet, delle “nuvole parlanti” e delle arti – in particolare quelle visuali – dopo aver collaborato con la testata online Cinecorriere, nel 2013 approdo a SeeSound.it, nel 2015 a WildItaly.net e nel 2016 a 361magazine.com, portando contemporaneamente avanti esperienze lavorative nell’ambito della comunicazione. CAPOSERVIZIO CULTURA


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