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The Boys, la serie Amazon che rinnova il cinecomic

Creata da Eric Kripke e Evan Goldberg, The Boys ci porta a conoscere i Sette, degli Avengers molto super, ma molto poco eroi

 

the-boys-amazon-posterTratta dall’omonima serie a fumetti di Garth Erris e Darick Robertson, e prodotta da Amazon, le prime due puntate di The Boys danno un po’ un assaggio dell’ambiente narrativo nel quale si muovono e vivono i personaggi – umani e supereroi – in un mondo dove viene portato all’estremismo – in una visione quasi utopica – l’attuale trend culturale del cinecomic come genere d’intrattenimento capace di raggiungere la frontiera del cinema che conta.

Il mondo di The Boys – che per dinamiche rievoca moltissimo quello di Watchmen (2009) diretto da Zack Snyder – è un mondo dove uomini comuni e supereroi coesistono nell’ottica in cui essere un supereroe vuol dire raggiungere uno status sociale al pari di una celebrità. I supereroi della serie – assemblati in una squadra sulla falsariga degli Avengers nota come i Sette – non sono però liberi. Sono infatti regolarmente sotto contratto dalla Vought, un’impresa che gestisce le loro apparizioni pubbliche, gli eventi, le azioni – dettaglio assolutamente da non trascurare – e i franchise relativi. Il cinema ha infatti un enorme valore nella serie Amazon, facendo sì che una pellicola su un supereroe è più di un cinecomic-prodotto d’intrattenimento, piuttosto una rappresentazione fantasiosa di eventi reali che si riflettono nella sfera pubblica di un individuo in carne e ossa e in continuo conflitto tra le sue due identità.

The Boys è uno sguardo irriverente a ciò che succede quando i supereroi, che sono popolari come le celebrità, influenti come i politici e venerati come dei, abusano dei loro superpoteri invece di utilizzarli a fin di bene. Quando i The Boys si lanciano in una missione eroica per svelare la verità riguardo ai “Sette” sostenuti dalla Vought, inizia una lotta tra senza poteri e super-potenti.

Personaggi imperfetti per un doppio binario narrativo

the-boys-poster-amazonIn The Boys la narrazione procede secondo un doppio binario, quello dell’uomo comune Hughie (interpretato da Jack Quaid) cresciuto a “Pane e James Taylor” e che non s’è mai sporcato le mani in tutta la sua vita; e quello di Starlight/Annie January (interpretata da Erin Moriarty), che di punto in bianco diventa una super-star come new-entry dei Sette – l’elite sociale.

Un interessante artificio narrativo, quello di avere due personaggi ai poli opposti già catapultati nel cosiddetto mondo straordinario, che permette a Kripke e Goldberg, di avere possibilità narrative legate all’evoluzione dei personaggi di Hughie e Starlight/Annie pressoché illimitate.

Con il dipanarsi della narrazione, in The Boys vengono anche esplorate le caratterizzazioni dei personaggi, a partire dal misterioso e burbero Billy Butcher (interpretato da Karl Urban), fino all’altrettanto misterioso Homelander/Il Patriota (interpretato da Antony Starr) – una sorta di fusione estetica di Superman e Captain America, ma dalla personalità infinitamente più elaborata, leader dei Sette e volto immagine della Vought. Che indossino camicia, jeans e converse, o mantello, maschera, tuta e stivali, i personaggi di The Boys sono imperfetti e insicuri, vittime di traumi con cui convivono giornalmente e in totale balìa delle loro pulsioni più profonde.

The Boys oggi come Watchmen ieri?

The Boys ha anche un notevole ruolo all’interno del panorama dell’industria audiovisiva, perché riesce a sovvertire alcune delle regole base della narrazione del cinecomic. Come dicevamo in apertura infatti, il cinecomic è ormai un genere ampiamente consolidato nella sfera audiovisiva, a partire dal Marvel Cinematic Universe e il Dc Universe e le loro relative declinazioni cinematografico-televisive.

Il punto in comune di tutte queste produzioni è il mostrarci sempre un mondo in bilico, dove uomini “super” dotati di poteri speciali, doti invidiabili o di armature superintelligenti all’avanguardia, sono disposti a qualsiasi cosa per salvare l’Universo (o anche una semplice cittadina).

Una prima variazione, in un periodo in cui il genere cinecomic non era ancora così consolidato nell’immaginario collettivo, è stata Watchmen (2009) diretto da Zack Snyder. L’ambientazione cinefumettistica infatti, diventava in Watchmen il pretesto per immergere lo spettatore in una narrazione quasi shakespeariana dove far emergere conflitti secolari tra personaggi in tuta e maschera. A dieci anni di distanza The Boys – e anche (nuovamente) Watchmen visto l’annuncio di un prodotto seriale targato HBO – ci mostra qualcosa di molto simile, tenendo conto delle estetiche e del ritmo di genere del 2019.

Una revisione del genere

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In The Boys infatti, i supereroi se si riuniscono non è per progettare un piano per salvare il mondo, o per fare un report sulle missioni passate, piuttosto un rendiconto di quanto i propri franchise fruttano; se salvano l’Universo non è per spirito di sacrificio, ma perché un evento simile in diretta mondiale farà schizzare la loro popolarità alle stelle, con i relativi introiti che ne deriverebbero.

Viene meno la componente eroica alla base della narrazione del genere, per mostrarcene soltanto una di facciata, che si spinge in difesa della propria immagine pubblica e della società con cui sono sotto contratto.

Nel panorama audiovisivo contemporaneo e nell’ottica del post-post-modernismo, The Boys si propone come un cinecomic revisionista, che prende i topoi di genere, per rielaborarli dando loro un nuovo e innovativo punto di vista. Promettendo così, otto puntate di una narrazione orizzontale capace di tenere incollato lo spettatore allo schermo, è una serie che difficilmente riuscirà a passare inosservata al grande pubblico.

The Boys sarà in streaming dal 26 luglio con la distribuzione Amazon

 

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About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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