The Donald: i motivi dell’ascesa di Trump

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Fonte: playbuzz.com

Fino a poco tempo fa l’unica abilità riconosciuta a Donald Trump era quella di suscitare scandali. I vari media facevano a gara scommettendo su quale delle sue varie uscite politically incorrect avrebbe definitivamente affondato le aspirazioni presidenziali del candidato repubblicano. L’idea diffusa di buona parte dell’opinione pubblica americana era che il tycoon newyorchese avesse veramente poche probabilità di divenire presidente degli Stati Uniti, per varie ragioni, non ultima la schiacciante superiorità di Hillary Clinton nei sondaggi. Ebbene, sembra che la realtà dei fatti abbia man mano rovesciato la situazione, dimostrando che forse nella politica, così come nello sport, i pronostici spesso si rivelano inaffidabili.

Il punto sulle primarie

Facciamo un passo indietro e analizziamo la situazione attuale delle primarie negli USA. Ad oggi l’unico sicuro della nomination è proprio Trump, il quale nelle ultime elezioni del 24 maggio nello stato di Washington ha raggiunto 1.239 delegati, di due sopra il numero sufficiente ad ottenere la candidatura. Sul fronte dei democratici, invece (ancora una volta diversamente da quanto le aspettative suggerivano) la partita non è ancora chiusa.

Bernie Sanders, il senatore del Vermont avversario della Clinton, non ha gettato la spugna nonostante lo svantaggio e sta rendendo la vita difficile all’ex Segretario di Stato; l’unico modo che Sanders aveva per farsi valere era prolungare la battaglia fino alle elezioni del 7 giugno, e così è stato, elezioni che risultano cruciali poiché si terrano nello stato della California (che vale ben 546 candidati) ma anche perché si voterà in altri cinque stati. Il punto nevralgico della campagna dei Democrats è il fatto che Sanders, non rinunciando alla corsa, sta togliendo energie al partito che Hillary Clinton vorrebbe poter spendere per attaccare Trump, in un’ottica Election Day; invece è costretta a impegnarsi nelle primarie fino all’ultimo, mentre The Donald adesso ha mano libera per poter mandare stoccate all’ex presidente Bill Clinton, lanciando dei video in cui due donne dichiarano di essere state molestate sessualmente da quest’ultimo, marito della candidata democratica.

Fonte: slate.com

Bernie Sanders e Hillary Clinton. Fonte: slate.com

Per come si è delineato il quadro ad oggi, i motivi per cui Trump ha resistito a ogni suo detrattore risultano evidenti. Per prima cosa i suoi avversari all’interno del partito repubblicano si sono dimostrati totalmente inefficaci. Né Cruz, né Kasich, né Rubio hanno saputo dare un’alternativa convincente alla comunicazione grossolana ma in fin dei conti funzionale di Donald Trump. In seconda battuta lo scenario democratico si sta dimostrando tutto sommato più complicato del previsto. L’aura istituzionale della Clinton non è necessariamente un vantaggio; in un periodo di sostanziale lontananza dalla politica (altro elemento da cui Trump trae il più efficace dei suoi vantaggi) potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Secondo i sondaggi sembra che il candidato più adatto a sconfiggere Trump a novembre sia proprio Sanders e non Hillary, fermo restando che a quest’ultima mancano solo 74 delegati per la nomina.

Un film già visto

Per noi italiani capire il fenomeno Trump non è difficile. La nostra storia pullula di esempi che usano la stessa matrice ideologica, seppur durante gli anni essa sia stata interpretata in modi molto differenti; gli esempi più recenti sono rappresentati dal Movimento 5 Stelle, esemplari nella loro logica populistica binaria in cui esiste solo un «noi», cittadini incolpevoli, e un «loro», classe politica corrotta. Prima di loro ci aveva pensato Silvio Berlusconi ad usare una retorica simile: sfruttando l’ondata di malcontento successivo a Tangentopoli e la sua posizione apparentemente lontana dai loschi affari dei politicanti (in quanto imprenditore della società civile) egli poté sfruttare tale malcontento, incanalando la rabbia degli italiani nei confronti di una classe politica al potere da cinquant’anni. Ebbene, simili dinamiche non sono comuni solo in Italia.

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Fonte: nbcnews.com

Negli Stati Uniti la lontananza dalla politica è un fenomeno ricorrente, cresciuto soprattutto a seguito delle grandi crisi economiche e politiche degli anni Settanta le quali misero fortemente in discussione l’autorevolezza dell’establishment di Washington. Dopo la presidenza di Johnson e soprattutto quella più controversa di Nixon, a livello popolare crebbe sempre di più il senso di alienazione nei confronti di un potere federale lontano dai problemi della gente, arroccato nella zona tradizionalmente più elitaria del paese lontano dal profondo sud e dal lontano ovest.

Dopo il mandato di Carter, non a caso eletto anche grazie ai suoi scarsi legami con Washington (originario della Georgia, ingegnere e imprenditore), gli americani non esitarono ad affidarsi nel 1981 a Ronald Reagan, un presidente che fece del suo punto di forza la comunicazione semplice e diretta. Reagan era totalmente incurante degli incontri istituzionali e dei programmi politici, parlava alla pancia del paese tramite slogan efficaci, proiettando l’immagine di un politico semplice da capire e risoluto nei suoi proponimenti. Trump da questo punto di vista è molto «reaganiano», come lui si affaccia alla politica in un periodo di crisi economica e culturale, e come lui usa una retorica semplice e diretta, seppur marcandola molto di più.

Ma c’è un altro esempio della storia americana che potrebbe preoccupare gli accaniti oppositori di Trump: nel 2000 nessuno credeva che George W. Bush potesse avere speranze di entrare alla Casa Bianca. Una fortunata commistione di incapacità dell’avversario (Al Gore), supposti brogli elettorali e presenza di ulteriori candidati alla fine decretarono una sua inaspettata vittoria. Sicuramente The Donald farà di tutto affinché la storia si ripeta.

 

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About

Nato a Roma nel 1992, consegue studi classici ad Anzio e attualmente frequenta un corso di laurea di secondo livello in Storia e politica internazionale, presso l'Università di Roma Tre. Scrive per Wild Italy dal 2015, la sua aspirazione più grande è lavorare scrivendo e divertendosi, con il costante obiettivo di cambiare prospettiva. COLLABORATORE SEZIONE POLITICA E SEZIONE CINEMA


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