The Doors

Giradischi: L.A. Woman, il testamento artistico dei The Doors

L.A. Woman, l’ultimo disco in studio dei The Doors con Jim Morrison, il testamento artistico di una band che ha cambiato la storia del Rock.

 

L.A. Woman non è solo un disco, è il tragico epilogo di una band che più di altre ha saputo influenzare una generazione intera, è un disco registrato da “quattro estranei” (come diranno gli stessi The Doors in una delle battute del film di Oliver Stone), è musica e poesia, rabbia e malinconia.  L.A. Woman è il testamento del Re Lucertola.

The Doors

Bisogna sottolineare che un disco del genere, di solito, potrebbe avere una duplice influenza sulla vita di una band: potrebbe portare al gran finale, come in questo caso, e segnare l’addio in grande stile dal palcoscenico, oppure potrebbe segnare un grande ritorno che potrebbe far presagire un futuro splendente tra gli Dei del rock.

Parliamo chiaramente, i dischi precedenti questo capolavoro non sono stati proprio “splendenti”: c’era il blues “logorato” di Morrison Hotel e il tentativo orchestrale di The Soft Parade (che non è proprio del tutto da scartare), la vera svolta è stato L.A. Woman.

Hard Blues, come le origini della band, un sound sporco ma allo stesso tempo curato e preciso che non esagera mai. Una serie di soli di chitarra da mettere i brividi e il sempre impeccabile virtuosismo tastieristico di Manzarek  misurato, impeccabile e mai invadente.

L.A. Woman, un disco conflittuale e tagliente.

Dietro al microfono troviamo un Morrison barbuto, ingrassato e in perenne conflitto con la band e con la sua figura di poeta maledetto. I versi escono aspri, rochi con la voce tagliente di chi ha abusato per anni di alcol e droghe. Lo Sciamano ha perso i toni sensuali e caldi dei precedenti dischi, per “ripiegare” su queste tonalità “gracchianti” e profonde. Morrison ormai è un filosofo, un poeta, che con passione autodistruttiva è riuscito a portare avanti un percorso evolutivo complesso e “divino” che non può che culminare con la sua morte e l’eterno splendore nell’Olimpo dei poeti.

Come dicevamo L.A. Woman è un ritorno a quei blues sporchi e incalzanti delle origini: una serie di ritmiche e soli di chitarra piuttosto taglienti e “aggressivi” costruiscono l’ossatura robusta di un disco che sarebbe potuto diventare un punto di svolta – il precursore dell’Hard rock, che sarebbe venuto poco dopo – con quelle sonorità aspre, graffianti e di impatto.

La nuova direzione presa dai The Doors si nota subito con l’attacco di The Changeling, un bel riff di chitarra mescolato con le linee melodiche di tastiera ora pulite e ora graffianti, con questa ritmica serrata ma mai rumorosa e questa voce di gola, ruvida che si sposa perfettamente con il nuovo sound della band. Uno dei brani più belli dell’intera carriera dei The Doors, il connubio perfetto tra blues e rock (hard) che andrà a influenzare, sicuramente, buona parte della musica che verrà dopo. Memorabile il bridge/solo di chitarra e tastiera che porta sul finale del pezzo, immenso è dir poco.

Love Her Madly è l’attitudine più delicata della band, con questa sorta di ballad blues dai toni molto melodici magistralmente col botta risposta tastiera e chitarra per buona parte del pezzo.
Per la prima volta troviamo una ritmica più “dinamica” nel senso che oltre a seguire l’andamento del pezzo ne sottolinea anche i momenti di enfasi da quelli di staticità. In questo caso è memorabile l’intermezzo di tastiera che riporta al ritornello.

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Fonte: American Songwriter

Been Down So Long stesso hard blues dai toni duri e graffianti, uno dei pezzi più dritti del disco, dove chitarre e voce fanno il grosso del lavoro, costruendo questo impasto sonoro corposo e  dai toni classicheggianti.

Per tutto L.A. Woman la chitarra sarà una dei protagonisti indiscussi del disco e Robby Krieger costruisce per questo brano uno degli assoli più intriganti della storia del rock che dura praticamente per tutto il brano. Immortale.

Cars Hiss By My Window è il blues più classico del disco, intendiamoci il brano è sempre un gran lavoro ma forse è tra quelli meno di impatto di questo lavoro; molto dritto e giocato tutto sul classico andamento blues, un bel solo di chitarra chiude il tutto. Come detto forse è il pezzo con meno personalità di L.A. Woman, ma comunque è un blues molto riuscito.

L’apoteosi si raggiunge con la title track, quasi otto minuti di perfezione tra ritmiche serrate e chitarre meravigliose che tracciano direzioni tra il rock e blues con gli immancabili intrecci con le tastiere.

Questo pezzo nasce sulla struttura di brani memorabili come Light My Fire, ad esempio, con queste parti strumentali molto ampie separate da versi cantati più o meno brevi.

Questo è un brano che mette i brividi, ha un’evoluzione decisamente “metropolitana” e sporca con questi squarci strumentali dove si alternano assoli di chitarra e tastiera.

Un sound da viaggio che mescola le atmosfere opprimenti e sature della “Città degli Angeli” con quel sound “desertico” delle ballad dalle sonorità aride che sembrano raccontare storie di sciamani e di viaggi interminabili lungo le autostrade americane tra sabbia e sole cocente. Questa è storia.

Un cambio di rotta per i The Doors: un (Hard) Rock “arido”, sciamanico e ruvido.

L’America è un brano particolare a metà tra il blues  e la black music, con questo tempo di marcia che regge il ritmo sotto queste sonorità scure e dilatate, qui la voce di Morrison sembra tornare alle vecchie glorie perdendo quel tono graffiante e di gola. Grande variazione a metà brano dove il blues fa, prepotentemente, il suo ingresso miscelandosi alle sonorità scure e introducendo ulteriore linee melodiche arrivando quasi a sfiorare tonalità quasi Gospel o comunque abbastanza corali.

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Fonte: glamrock.blognook.com

Hyacinth House ha un sound decisamente insolito per questo disco, sembra quasi un brano pop con queste sonorità melodiche e pacate che sembrano ricalcare qualcosa alla Beatles, restando comunque fedele  a quella vena malinconica e poetica che ha caratterizzato tutta la produzione musicale dei The Doors.

Un bel brano, particolare, con queste tastiere decisamente pionieristiche a metà tra il sintetico e il classico e con la chitarra ormai sempre più amalgamata all’impasse sonora che, anzi, contribuisce a plasmare e ad arricchire con brevi note sempre perfettamente legate alla linea melodica.

Crawling King Snake è un blues strisciante, come il movimento sinuoso del serpente che si insinua nella sabbia e tra le rocce. Siamo davanti a un brano dal sound desertico che oltre al classico andamento “blueseggiante” crea una forte esperienza sonora dai toni secchi, “soffocanti” e aridi. Altro grande blues che mantiene una personalità forte e non resta per nulla scontato, nonostante le “ristrettezze” compositive di un genere più volte battuto e rimaneggiato nel corso del tempo.

The WASP (Texas Radio And The Big Beat) sembra anticipare quello che sarà il futuro lavoro solista di Morrison con An American Prayer del 1978.

Un rock blues melodico che alterna momenti di statica classicità (interrotta da alcuni interessanti giochi ritmici) a momenti di ampiezza melodica dove tutti gli strumenti contribuiscono a costruire una linea melodica interpretata dalla voce.

Il brano è per la maggior parte del tempo recitato, come nelle poesie del Re Lucertola che verranno inserite, appunto, nel suo disco solista. Meravigliosi gli incastri tra chitarra e ritmica che costruiscono un pezzo immortale e decisamente tra i più riusciti della band.

Chiude il disco l’immortale Riders On The Storm, c’è poco da dire su questo brano: è un capolavoro.

Il rumore della pioggia accompagna tutto il brano che si snoda tra sonorità cupe ed effettate, snodandosi tra arpeggi, giri blues e geniali incursioni di chitarra e tastiera che tracciano una linea melodica indimenticabile e colma di suggestivi echi e richiami a questo mondo che si riflette tra una goccia di pioggia e l’altra. Ogni singola nota di questo brano è magia e poesia,  solo aver pensato a un pezzo del genere assicura ai The Doors un posto nell’Olimpo della musica rock.

Fonte: www.fortis.sk

Che altro dire di questo brano? E’ pura estasi, non è proprio possibile aggiungere altro, come no sarebbe stato proprio possibile fare di meglio. Questo è LA MUSICA, punto.

L.A. Woman: un viaggio in mezzo al deserto fino alla Città degli Angeli.

L.A. Woman è un disco meraviglioso che nota dopo nota ci porta in queste lunghissime autostrade americane che attraversano il deserto e poi ci abbandonano in una  Los Angeles viziosa e, allo stesso tempo, quasi aulica, fatta di poesia e blues; fatta di malinconia ed eccessi, di musica e parole.

Questo disco è il testamento artistico di un gruppo che ha influenzato profondamente l’immaginario testuale e sonoro di una generazione, riuscendo a mescolare il blues e la poesia fino a creare un qualcosa di altro: il sound del deserto  immobile e “solenne” e quello di una città dinamica e viziosa.

L’ascolto è davvero d’obbligo in questo caso, nessuno può sopravvivere senza aver ascoltato L.A. Woman e senza essersi perso tra le spire di questo blues strisciante, sensuale e graffiante.

 

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About

La musica è la mia passione: sul palco dietro una batteria e sotto al palco in un mare sterminato di dischi. Laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo e in Editoria e Scrittura a La Sapienza di Roma, passo il mio tempo tra fogli bianchi, gatti e bacchette spezzate. CAPOSERVIZIO MUSICA


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