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The Lighthouse, luci ed ombre della ragione in un omaggio al cinema espressionista

The Lighthouse è il nuovo sorprendente horror di Robert Eggers, un film tra razionale e irrazionale che omaggia il cinema espressionista

 

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Sul finire del diciannovesimo secolo, su un’isola al largo del New England approdano il rude guardiano Thomas Wake (Willem Dafoe) e il suo nuovo subordinato Ephraim Winslow (Robert Pattinson) incaricati d’occuparsi di un un faro per le successive quattro settimane, fino all’arrivo del traghetto che li riporterà indietro. La convivenza, però, si rivela immediatamente frustrante: il vecchio Thomas, dispotico e perennemente ubriaco, approfitta del suo ruolo vessando il giovane sottoposto – costretto a subire le angherie pena la paga concordata – e negandogli l’accesso alla sommità della torre da cui s’irradia la luce.

L’infuriare della tempesta impedisce il cambio della guardia e i due uomini si ritrovano bloccati sull’isola, costretti ad una permanenza forzata ben più lunga del previsto che, annegata nell’alcol, fa emergere i rispettivi demoni in un climax di delirio paranoide che esonda in violenza.

Lo “stile Eggers” e l’omaggio alla scuola espressionista

Al suo secondo film Robert Eggers si conferma, insieme ad Ari Aster e Jordan Peele, uno dei più interessanti esponenti del nuovo horror contemporaneo. In The Lighthouse, scritto a quattro mani con il fratello Max interessato ad adattare l’omonimo racconto incompiuto di Edgar Allan Poe, reitera l’approccio stilistico già apprezzato all’esordio e che gli valse la migliore regia al Sundance – un binomio di ricercatezza estetica e simbolismo narrativo – per proseguire il discorso sulla superstizione iniziato con The Witch.

Girato su pellicola 35mm in bianco e nero, con un aspect ratio di  1.19:1 che restituisce appieno la sensazione di claustrofobia e lenti Baltar utilizzate da Carl Theodor Dreyer, The Lighthouse omaggia la scuola espressionista – in particolare autori come Fritz Lang e G.W. Pabst – e il cinema horror degli anni ’20 e ’30.

La fotografia del candidato premio Oscar Jarin Blaschke esalta le ombre lunghe proiettate sulle pareti e i volti dei due appaiono deformati attraverso un uso sapiente delle luci diegetiche: grazie a questo espediente, l’eccellente recitazione antinaturalista di Dafoe e Pattinson, già caricata di un inglese che mischia shakespeariano e slang marinaresco, appare ulteriormente espressionista e ciò acquista anche più pregio considerato il lavoro di resistenza fisica in condizioni di set estreme.

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Anche l’uso equilibrato e cronologicamente accurato della messinscena contribuisce a ricreare un’atmosfera orrorifica e suggestiva, così come la regia, che genera uno stato di stordimento tra razionale e irrazionale, con inquadrature alternate da punti di vista opposti, movimenti di macchina lenti o inquadrature statiche accostate a riprese in movimento.

Un incubo “sonoro” che sfocia in follia

Ritornano in The Lighthouse l’isolamento e il New England, ma Eggers muta il seicento rurale e i boschi stregati di The Witch in una cornice gotica di asperità rocciose flagellate dalle onde, in cui un frastuono costante fatto di gabbiani, tuoni, vento, sirena, scricchiolare di passi, flatulenze – si fa espediente sonoro quanto visivo.

È un pattern sordo, angosciante, ripetitivo, come il ripetersi dei gesti, dei giorni solitari e delle ubriacature dei due uomini, e si fa crescendo mentre crescono in loro l’esigenza di approvazione e la volontà di prevaricazione fino a dirompere nella visione della luce del faro-fallo, trionfante pur con la sua promessa d’accecare: i due protagonisti si trovano così innanzi alla più temibile verità, quella che rivela la loro vera natura.

L’ispirazione arriva ad Eggers da un vecchio fatto di cronaca gallese del 1801, che riporta di due guardiani di un faro, entrambi di nome Thomas, rimasti intrappolati durante una tempesta. Il vecchio morì nell’incidente, l’altro, per il timore di essere incolpato, impazzì.

Qui sono le angherie del ruvido vecchio, l’ossessione superstiziosa, il desiderio sessuale represso e l’assenza di una via di fuga, ad indurre il ragazzo a sprofondare in un incubo di visioni, di paranoia delirante. Con la presenza costante di gabbiani minacciosi come uccelli hitchockiani, della ballata salmodiata dal vecchio e dei mostri generati con l’alcol e l’isolamento, avviene il cambio del giovane da vittima in carnefice: confinato all’ombra della Luce, Ephraim si ostina e subisce il naturale contrappasso.

La superstizione come limite della conoscenza e Il mito di Prometeo

The Lighthouse apre un altro scorcio sugli orrori ancestrali, le pulsioni umane e la ricerca dell’inconoscibile, muovendo dalla stessa considerazione gnoseologica alla base di The Witch per dare forma all’orrore. Mostra come i limiti della conoscenza siano autoimposti per bigottismo e le definizioni di bene e male siano gabbie in cui gli esseri umani rinchiudono ciò che non possono comprendere.

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Relegati ai confini del mondo, i suoi personaggi puritani, ignoranti e timorati di Dio o dei mostri delle storie di folklore sono emblemi di come la cultura sia stata e in molti contesti sia ancora contaminata da certi retaggi del mito, e perciò ricettacolo di violenza.

I due uomini chiamati al solo scopo di alimentare la Luce, che è anche il motivo principale del contendere, sono due figure tragiche, in lotta con loro stesse, che evocano il mito greco: ossessionato a guardare anche a costo della lucidità, Ephraim abbraccia il destino di Prometeo – che nel tentativo di rubare il fuoco agli dèi e donarlo agli uomini per accrescerne la conoscenza viene punito, incatenato nudo a una roccia e divorato da un volatile ogni giorno per sempre.

La rivelazione negata

Molti i riferimenti, ai miti classici, ai romanzi marinari di Herman Melville e Robert Louis Stevenson, ai toni sovrannaturali delle opere di H.P. Lovecraft, Algernon Blackwood e William Hope Hodgson, ma anche ai dipinti di Andrew Wyeth e Jean Delville e naturalmente al cinema – di Friedrich Wilhelm Murnau, Ingmar Bergman, Jean Epstein e Béla Tarr: la ricchezza di riferimenti iconografici e allegorici e la scrittura, che gioca con un linguaggio ibrido tra il letterario e il gergale, rischierebbero di far risultare The Lighthouse pretenzioso o artificioso, ma i vezzi sono gestiti con coerenza.

Sul finale il film alza la posta inserendo il tema del doppio: Ephraim rivela di chiamarsi Thomas, come il vecchio, suggerendo l’ipotesi che si tratti in realtà di un’unica persona – il vecchio del presente indotto dall’incoscienza a rievocare il sé giovane che in passato si era macchiato d’omicidio. Quand’anche fosse nelle intenzioni dell’autore, allo spettatore non è esplicitato, come è negata anche la verità dietro alla Luce, ed è un tabù registico che sottolinea l’intento narrativo di Eggers: la rivelazione esiste nella mente di chi la vuole vedere.

 

Fonte immagini: trailer del film

 

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