Tolo Tolo, Checco Zalone ci fa vivere il dramma dell’immigrazione con la sua comicità

In Tolo Tolo, Checco Zalone traspone il dramma umanitario dell’immigrazione in una commedia leggera, che fa ridere, ma sulla quale in realtà bisognerebbe solo riflettere.

 

Tolo Tolo è il quinto film di Checco Zalone. Per la prima volta lo troviamo davanti alla macchina da presa in veste di protagonista, ma anche dietro. Questo è il suo esordio come regista. Non dev’essere stato facile viste le difficoltà che è stato necessario superare: dal numero di comparse (notevolmente importante), ai numerosi set allestiti. Infatti il film è stato girato – partendo dall’Italia – da Roma a Bari fino a Trieste, per approdare a Malta e poi in Kenia passando dal Marocco.

Dopo quasi quattro anni quindi un nuovo film che per molti rappresenta l’opera della maturità a 10 anni dal folgorante esordio di Cado Dalle Nubi.

Oltre all’attività di attore comico bisogna ricordare che Zalone ha già pubblicato diversi album tanto che anche la colonna sonora del film, è stata realizzata da lui.

SINOSSI

Tutto parte da Spinazzola, nel cuore delle Murge pugliesi. Checco rifiuta il reddito di cittadinanza perché non in linea con le sue aspirazioni e decide di aprire un esclusivo sushi restaurant.

Dopo il forte entusiasmo iniziale, fallisce miseramente e pieno di debiti decide di fuggire per scappare dai creditori e dal fisco. Andrà: “là dove è possibile continuare a sognare“: ovvero in Africa. Qui si improvvisa cameriere per un resort esclusivo e incontra Oumar, cameriere con il sogno di diventare un grande regista e la passione per quell’Italia conosciuta attraverso il cinema di Pasolini.

Improvvisamente in Africa scoppia la guerra e i due sono costretti a emigrare, anche se Checco non punta all’Italia ma ad uno di quei Paesi europei in cui le tasse e la burocrazia sono meno pressanti che nel Bel Paese. A loro si uniranno la bella Idjaba e il piccolo Doudou (“come il cane di Berlusconi“). Riusciranno i nostri eroi  a portare a termine il “grande viaggio da clandestini“?

UNA FORTE CRITICA SOCIALE

In Tolo Tolo (che significa “solo solo“) ce n’è per tutti: politici incapaci dalle vertiginose carriere, migranti innamorati delle griffe (di pessima resa qualitativa), nostalgici mussoliniani (perché “il fascismo ce l’abbiamo tutti dentro, pronto a riemergere, come la candida“) e buonisti favorevoli alla “contaminazione” etnica.

Nella sua rappresentazione a tutto tondo dell’italiano medio e dei suoi difetti ricorrenti, Checco fugge da un Paese “che ci perseguita“, suggerendo al pubblico un’immediata identificazione. Lo stesso pubblico sarà poi messo di fronte alle proprie meschinità e ipocrisie, ai suoi pregiudizi ed egoismi, nonché alla banalità di certi slogan populisti e all’inettitudine della politica.

Nell’apoteosi finale Zalone affonda il colpo con una canzonetta da Zecchino d’oro che toglie ogni dubbio sulla sua posizione morale. Ma fino a quel momento si mantiene in equilibrio (da par suo) sul crinale della correttezza politica, non con qualunquismo cerchiobottista ma con la determinazione scientifica nel “menare fendenti” a destra e a manca, colpendo a 360°.

UN SOTTILE EQUILIBRIO

Checco è uno specchio continuamente rivolto verso lo spettatore, il punto di contatto fra meschinità private e pubbliche ideologie. Vicino a lui il cast di origine africana rappresenta una complessità non semplificabile, una diversità non riducibile all’etichetta di migrante. Perché in una società ingiusta siamo tutti clandestini, ed è un attimo ritrovarsi dalla parte sbagliata del confine.

 

Tolo Tolo è nelle sale italiane dal 1° gennaio 2020 con Medusa.

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