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Tra interventisti e neutralisti

Scritto da Voglioresistere il 9 - March - 2010 Letto 3,504 volte

Con la firma della Triplice Alleanza nel 1882, l’Italia si era legata a Germania e Austria. Si potrebbe pensare, quindi, che il suo intervento a fianco delle due potenze fosse scontato. In realtà, l’Italia entrò in guerra solo dieci mesi dopo l’ultimatum dell’Austria alla Serbia, e non a fianco delle (ormai ex) alleate, bensì delle forze dell’Intesa, Gran Bretagna e Francia.

Non fu difficile per l’Italia dichiarare la propria iniziale neutralità. Non solo poteva avvalersi della natura difensiva della Triplice, che impegnava a scendere in campo in appoggio agli alleati solo in caso questi fossero stati attaccati (il che non poteva propriamente dirsi dell’Austria); giocò a suo favore anche la decisione di Germania e Austria di tenerla all’oscuro di tutto, tanto che persino l’ultimatum alla Serbia le venne comunicato in ritardo.

Il periodo di neutralità fu comunque tumultuoso sul piano interno. Se fino al dicembre 1914 i deputati neppure furono convocati sulla questione, il dibattito infuriava fuori dal Parlamento, nelle manifestazioni di piazza, sui giornali, ovunque.

A entrambe le correnti, neutralista e interventista, aderivano diverse forze, non necessariamente partitiche, con motivazioni fra loro assai diverse e distanti.

A differenza degli altri movimenti socialisti europei, che erano arrivati ad appoggiare il conflitto in nome di interessi nazionali, quello italiano non abdicò mai ai propri ideali pacifisti; in più, riteneva la guerra una questione tra nazioni capitaliste, che avrebbe fatto solo il male della classe lavoratrice. Non riuscì, però, a promuovere un deciso movimento d’opposizione, tanto che si dovette rifugiare nell’espressione piuttosto ambigua e indecisa né aderire né sabotare. Questa posizione ufficiale del partito, inoltre, si scontrò con quella dei socialisti irredentisti e riformisti, che vedevano nella guerra il modo per liberare finalmente i popoli ancora soggetti all’imperialismo austriaco; la guerra per la pace, insomma. Chiaramente, una spaccatura così netta tra le forze progressiste non poté che danneggiare il movimento operaio italiano.

Come i socialisti, anche i cattolici presentavano un quadro piuttosto frammentato. Essi furono neutrali, ma la loro neutralità non era dettata tanto da convincimento personale o da calcolo politico, quanto dall’obbedienza al papa, Benedetto XV, che subito si era schierato contro la guerra, frutto del materialismo del mondo moderno. Preoccupazione dei cattolici però era anche dimostrare la loro fedeltà allo Stato, alla cui vita politica da poco più di un anno potevano partecipare senza timore di incappare nelle ire della Chiesa. In sostanza, la loro neutralità poco convinta si dimostrò, nel momento in cui il governo decideva per l’entrata in guerra, un appoggio indiretto alle forze interventiste.

Insieme a queste posizioni poco decise, il dibattito tra neutralisti e interventisti vedeva anche schieramenti più netti.

Decisamente neutralista fu Giolitti, secondo il quale l’Italia non era affatto preparata per affrontare una guerra, e avrebbe avuto maggiori vantaggi territoriali ed economici a restarne fuori, operando solo a livello diplomatico. Interventisti senza dubbi erano i nazionalisti, che riuscirono a mobilitare la media borghesia e gli ambienti studenteschi facendo leva sul sentimento di rivalsa nei confronti dell’impero austriaco che ancora impediva la realizzazione piena dell’unità nazionale.

Mentre nel Paese infuriava il dibattito, ci si avvicinava alla guerra. Poiché gli alleati della Triplice Alleanza non intendevano concedere nulla sul piano territoriale, e rimandavano ogni discussione a dopo il conflitto, il governo si avvicino alla Triplice Intesa, con la quale firmò nell’aprile 1915 ilPatto di Londra, che impegnava l’Italia a entrare in guerra con l’Austria nel giro di un mese, e le riconosceva, a conflitto terminato, il Trentino, il Sud-Tirolo, Trieste, l’Istria e parte della Dalmazia.

Il 24 maggio l’Italia diede inizio alle ostilità, in seguito a un atto che segnò di fatto il declino della classe liberale. Il Patto di Londra fu da molti considerato, e a ragione, un vero colpo di stato. Le trattative con i Paesi dell’Intesa erano state condotte praticamente dai soli Salandra e Sonnino, rispettivamente Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, senza che il Parlamento, unico organo autorizzato a deliberare lo stato di guerra in una democrazia, ne fosse a conoscenza.

STEFANIA

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