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Tutto il mio folle amore, l’on-the-road italiano firmato da Salvatores

Diretto da Gabriele Salvatores, Tutto il mio folle amore è un racconto on-the-road di amore parentale, sulla nascita di un legame tra padre e figlio

 

Il legame padre-figlio è stato oggetto di numerose elaborazioni nel corso della storia del cinema, dalla Trilogia originale di Star Wars (1977-1983) a Kramer contro Kramer (1979) – per citarne alcuni – sino al recentissimo Ad Astra di James Gray, con Brad Pitt pronto a partire in un viaggio interstellare sino a Nettuno per affrontare i propri fantasmi familiari; anche in Tutto il mio folle amore siamo dinanzi a un viaggio, ma – al contrario – sarà volto a saldare il rapporto tra padre e figlio.

L’ultimo lavoro di Gabriele Salvatores invece – presentato fuori concorso alla 76° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e tratto dal racconto Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas (a sua volta storia vera) –  tocca corde più delicate dell’animo umano, in un racconto on-the-road affascinante, semplice e al contempo originale.

È un viaggio di un padre e di un figlio, quello presentatoci da Salvatores –  allontanati dalle circostanze e da scelte sbagliate, ma volti a recuperare il tempo perduto sulle note dolci di Starry starry night (Vincent) di Don McLean.

La pellicola presentata a Venezia76, con protagonisti Claudio Santamaria, Giulio Pranno, Valeria Golino e Diego Abatantuono, si inserisce così nella filmografia di uno dei maestri incontrastati del cinema italiano, che da Mediterraneo (1991) sino a Nirvana (1997) e Happy Family (2010), ha sempre cercato di introdurre elementi di novità nel panorama cinematografico nostrano.

Sinossi

Sono passati sedici anni dal giorno in cui Vincent (Giulio Pranno) è nato e non sono stati sedici anni facili per nessuno. Né per Vincent, immerso in un mondo tutto suo, né per sua madre Elena (Valeria Golino) e per il suo compagno Mario (Diego Abatantuono), che lo ha adottato.

Willi (Claudio Santamaria), che voleva fare il cantante, senza orario e senza bandiera, è il padre naturale del ragazzo e una sera qualsiasi trova finalmente il coraggio di andare a conoscere quel figlio che non ha mai visto e scopre che non è proprio come se lo immaginava.

Non sa, non può sapere, che quel piccolo gesto di responsabilità è solo l’inizio di una grande avventura, che porterà padre e figlio ad avvicinarsi, conoscersi, volersi bene durante un viaggio lungo le strade deserte dei Balcani in cui avranno modo di scoprirsi a vicenda, fuori dagli schemi, in maniera istintiva.

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E anche Elena e Mario, che si sono messi all’inseguimento del figlio, riusciranno a dirsi quello che, forse, non si erano mai detti. “Ora capisco cosa cercavi di dirmi e quanto soffrivi sapendo di avere ragione. Ma avrei potuto dirti, Vincent, che questo mondo non è adatto a uno così bello come te”. Vincent – Don McLean.

Padre e figlio on-the-road

Sin dalle prime sequenze è chiaro l’impianto narrativo di Contarello per Tutto il mio folle amore, la scelta specifica di impostare un viaggio dell’eroe on-the-road tra Italia e Croazia.

Espediente che permette alla sceneggiatura di puntare tutto sulla creazione di un’immediata empatia con i personaggi in scena, tra cui un Giulio Pranno in grandissimo spolvero in un ruolo complesso come quello di Vincent – reso con la giusta delicatezza; e il Willi cantante da strapazzo e padre per caso di Claudio Santamaria.

Per un rapporto che si evolve lentamente, gradualmente, tra momenti dolci e “prime volte”, saldando un legame padre-figlio che troverà il suo apice in una struggente e semplice sequenza dinanzi a un computer. In opposizione al viaggio di padre e figlio, le dinamiche famigliari della Elena di Valeria Golino e il compagno Mario di Diego Abatantuono, volte a dipanare un ulteriore viaggio alla ricerca del figlio Vincent e del padre Willi.

Il susseguente viaggio, permetterà di ampliare gli orizzonti narrativi di una pellicola altrimenti eccessivamente statica e (forse) stancante; ma che utilizzando lo stesso espediente del viaggio per ben due volte, determina dinamismo e vivacità, anche grazie a un tono dramedy che alleggerisce la narrazione.

Tutto il mio folle amore gioca molto su una narrazione dall’impianto semplice, ma necessario per delineare così le emozioni e i sentimenti di un on-the-road all’italiana delicato e al contempo incisivo.

“This world was never meant for one-else beautiful as you”

Buona parte della forza emotive e narrative di Tutto il mio folle amore ruota attorno al personaggio di Vincent e alla scelta del nome datogli – canzone d’amore dedicata da Willi a Elena – Starry starry night (Vincent) di Don McLean – che diventa il valore aggiunto nella pellicola, per un personaggio fragile e in crescita, troppo bello per un mondo così.

Non a caso, la canzone è il main theme della narrazione, puntualmente riproposto nei momenti topici, affondando così le sue radici nell’ode d’amore tragico di McLean a Van Gogh – anche lui incompreso in un mondo che gli andava fin troppo stretto.

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In un viaggio in cui il Vincent di Pranno scoprirà non solo di avere ben due padri pronti a fare di tutto per lui, ma anche sé stesso, in un’insieme di prime volte che lo svezzeranno, rendendolo un uomo al completo.

Un piccolo gioiello del cinema italiano

Certamente una pellicola da tenere d’occhio Tutto il mio folle amore, che si fa forte di buone interpretazioni e una narrazione delicata  – inserendosi così come uno dei lavori magari non dei più sperimentali del regista di Nirvana e Mediterraneo, ma tra i meglio riusciti e solidi degli ultimi anni.

Tutto il mio folle amore riesce a proporre un genere quasi del tutto desueto nel cinema nostrano come l’on-the-road, per elaborarlo nel trattare una delle tematiche più inflazionate in modo originale e brillante da un maestro come Salvatores, che si conferma ancora una volta come uno degli autori italiani più interessanti e spesso poco considerati.

 

Tutto il mio folle amore sarà al cinema dal 24 ottobre 2019 distribuito da 01Distribution

 

 

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About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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