Un altro schiaffo al mondo del lavoro

Mentre l’Italia è alle prese – come sempre più spesso ultimamente, purtroppo – con scandali vari, è stato approvato dalla Camera dei Deputati, in data 19 Ottobre, il ddl 1167 in tema di lavoro, meglio noto come “collegato lavoro”.

Si tratta di un atto che prevede “Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro” .

Così intitolato, potrebbe anche  indurre a far pensare che rechi disposizioni a favore del lavoratore e dello sviluppo del lavoro in generale.

Ma è necessario leggerlo ed in particolare leggere gli articoli 32 e 33 per scoprirvi delle sorprese che certo non  miglioreranno le condizioni dei lavoratori ma che, anzi, le appesantiranno e complicheranno, in special modo quelle dei lavoratori precari.

Schematizzando:

– si sancisce la c.d. certificazione del contratto che consiste nel rivolgersi ad un’apposita commissione che debba certificare che il contenuto del contratto effettivamente corrisponda alla natura del rapporto di lavoro; ugualmente possono essere oggetto di tale certificazione anche le c.d. clausole arbitrali che le parti (ma più probabilmente il datore di lavoro) vorranno inserire nel contratto.

E’ evidente che la posizione di contraente debole del lavoratore, lo metterà in  condizione di accettare qualsiasi richiesta del datore di lavoro e qualsivoglia certificazione, anche preventiva – come il ddl prevede – senza alcun poter di controllo o autonomia contrattuale effettiva.

–  Cambia la disciplina per impugnare il licenziamento: va impugnato entro 60 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro ma, ulteriore onere introdotto, va poi presentato ricorso entro i successivi 90 giorni. Il vero punto è: immaginiamolo applicato ai lavoratori precari che attendono un nuovo contratto; orbene, in che modo questi potranno essere spinti ad agire  innanzi all’Autorità Giudiziaria nei termini predetti, se vivono con la spada di Damocle del (la possibilità del) nuovo contratto pendente sulle loro teste? Quale potere e quale tutela questi soggetti realmente hanno?

– Infine, come se non bastasse, viene introdotto un tetto al limite massimo della somma risarcibile che è posta come pari a 12 mensilità dello stipendio (immaginiamo i precari della scuola: alcuni con 20 anni, magari anche più, di precariato sulle spalle, con continue interruzioni di contratti nei mesi estivi se non anche, a volte, durante le vacanze natalizie; ebbene, non importa quanto a lungo abbiano lavorato o quanto a lungo siano rimasti disoccupati, quanto abbiano perso in termini di previdenza, il massimo loro risarcibile sarà sempre 12 mensilità).

Questo vuol essere solo un rapido excursus che squarci un po’ il velo su certe disposizioni che l’organo legislativo sta approvando e che rischiano di passare sotto silenzio: ancora una volta, una zampata allo Statuto dei Lavoratori, l’ennesimo colpo di scure, un altro tassello che – aggiungendosi ai precedenti già introdotti nel recente passato – scardini quella struttura di garanzie minime che un Paese che voglia dirsi civile dovrebbe invece considerare un dato acquisito ed irrevocabile!

AGNESE ANTONELLA PETRELLA



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