Un giocatore lo si riconosce dal coraggio. La storia di Simone Farina.

Se lo scandalo del calcio-scommesse fosse un film, lui sarebbe l’eroe buono e tormentato.  La storia di Simone Farina è di una quelle storie di straordinaria normalità cui aggrapparsi quando ci sembra che  il mondo rotoli in una dimensione senza valori e senza ideali.

Fino a pochi giorni fa, Farina era uno sconosciuto difensore del Gubbio. 29 anni e due bambini, facilmente riconoscibile per la lunga chioma bionda, è romano e romanista. La sua carriera è di quelle che si definiscono dignitose ma non certo esaltante, tutta consumata fra le squadre di provincia che lottano fra la Serie B e la Prima Divisione, lontano dal mondo dorato degli stadi stracolmi, della pay-tv e dei commentatori-ultras.

Lontano dai riflettori e di conseguenza lontano dalle polemiche. E in questo ambiente che è cresciuto lo scandalo delle partite combinate con i suoi protagonisti mediocri e burini: l’ex idolo intoccabile che fugge in mutande all’arrivo della polizia o che tenta di bissare le intercettazioni con un’improbabile voce in falsetto; il portiere che narcotizza il the dei suoi compagni di squadra; la vecchia gloria che gioca un chilo d’euro (un chilo di monete pesate con la bilancia!) o i secondi impiegati per ingoiare una merendina. Un sistema talmente radicato che quando Simone rifiuta la proposta di un certo Alessandro Zamparini, l’altro immagina che sia una questione di denaro. E per truccare Gubbio-Cesena, a Simone arrivano a proporre fino a 200.000 euro.

Deve far perdere la sua squadra con largo margine e far vincere alle scommesse un oscuro boss indonesiano e i suoi compagni di merende. 200.000 euro sono tanti, sono il doppio di quanto Simone guadagna in un anno. È la telefonata, forse, più impegnativa della sua vita. Zamparini, all’altro capo del telefono, insiste e promette di tutto: soldi facili, premi e sotterfugi, un aiutino per la sua carriera, una mano per salvare il Gubbio se le cose si metteranno male a fine campionato. Simone Farina, però, diventa sempre più inamovibile e si rifiuta. Zamparini lo saluta con il gesto del silenzio: attacca cioè la cornetta senza salutarlo. Nel linguaggio mafioso è un segnale di avvertimento.

Dopo aver rinunciato a tutti quei soldi, consapevole probabilmente di chi si stava mettendo contro (ma il Coraggio, insieme all’Altruismo e alla Fantasia, è una delle tre caratteristiche da cui si vede un giocatore secondo la celebre canzone di De Gregori) il difensore –in tutti i sensi della sua squadra– va oltre: prima confida la tentata combine al presidente della sua società e poi denuncia tutto quello che ha saputo ai magistrati.

In un mondo come quello del calcio che si nutre si sogni e di episodi, il suo gesto ha commosso i tifosi di tutte le squadre e di tutte le categorie. Ha regalato a chi segue questo sport uno spiraglio di speranza e la certezza che, nonostante tutto, valga ancora la pena passare le domeniche pomeriggio (o il sabato, o il lunedì o il mercoledì, maledetto campionato spezzatino!) a esultare e ad inveire dietro al pallone, lontani per un po’ dalle preoccupazioni della vita.

Simone l’Eroe che ha salvato il calcio ha ottenuto un premio speciale: la convocazione in Nazionale. Il ct Prandelli non poteva non inserirlo nel suo progetto di rilancio etico. Verrà per allenarsi con i giganti della Serie A e forse, se capita l’occasione buona, si farà anche qualche amichevole.

Da sottolineare come la storia di questo calciatore onesto vada oltre gli stadi: nell’Italia in ginocchio per colpa dell’ingordigia di pochi, ricorda che vale sempre la pena tenere la schiena dritta. Chi si vende guardagna sempre molti soldi. Ma non basteranno mai per riscattare il marchio di traditori che si porteranno dietro per tutta la vita. E potranno corrompere chi vogliono ma non il giudice implacabile e terribile che li aspetta ogni mattina davanti allo specchio: il giudice della loro coscienza.

FABIO BRINCHI GIUSTI

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