un giorno di pioggia a new york recensione wild italy

Un giorno di pioggia a New York, Woody Allen torna alle origini del suo cinema

Un giorno di pioggia a New York è il ritorno in gran stile di Woody Allen, in una commedia arguta e brillante

 

C‘è una scena in Un giorno di pioggia a New York (2019) che racchiude un po’ l’essenza della tanto chiacchierata opera di Woody Allen e del leitmotiv dei temi del suo cinema. Nella scena vediamo i personaggi di Timothée Chalamet e Selena Gomez che rientrano a casa dopo una corsa in taxi sotto la pioggia battente della Grande Mela.

un giorno di pioggia a new york recensione wild italy

Lei, fradicia, si cambia d’abiti, lui strimpella un pezzo malinconico al pianoforte – attirando l’attenzione della Gomez che, poco dopo, lo guarda con occhi sognanti; i due si avvicinano poi alla finestra, lasciandosi ispirare dal tempo, immaginando – se fossero sceneggiatori – come scriverebbero una scena d’Amore.

È una scena che passa quasi sottobanco nell’economia della narrazione, ma che è perfetta nel delineare l’identità filmica di Un giorno di pioggia a New York. Alla cinquantaduesima opera scritta e diretta dal regista newyorchese infatti, Allen declina ancora una volta la sua tematica preferita.

Gli uomini, la razionalità, le nevrosi e come l’Amore – variabile impazzita della vita umana – sia capace di rimescolare tutto, facendo perdere loro lucidità, spingendoli a compiere gesti folli verso nuove frontiere di vita.

La pellicola, il cui cast comprende oltre ai sopracitati Chalamet e Gomez, Elle Fanning, Jude Law, Liev Schreiber, Rebecca Hall e Diego Luna, racconta la storia di due fidanzatini del college, Gatsby (Timothée Chalamet) e Ashleigh (Elle Fanning), i cui piani per un weekend romantico da trascorrere insieme a New York vanno in fumo non appena mettono piede in città.

I due, fin dal loro arrivo a New York, si ritrovano separati e si imbattono in una serie di incontri casuali e bizzarre avventure, ciascuno per proprio conto.

New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata

Le parole del monologo d’apertura di Manhattan (1979), a quarant’anni di distanza da Un giorno di pioggia a New York sono più che mai attuali.

Nel parlare d’Amore e del caos capace di produrre nella vita degli uomini, Allen torna alle origini del suo cinema di cui riecheggia l’eco di Rhapsody in Blue di George Gershwin scegliendo come arena il vigore febbrile della Grande Mela in bianco e nero.

Lasciata alle spalle per la più confortevole (e uggiosa) San Francisco in Blue Jasmine (2013) e/o rappresentata in formato “vintage” tra gli anni Trenta di Cafè Society (2016), e i Cinquanta de La ruota delle meraviglie (2017) in Un giorno di pioggia a New York si torna alla quotidianità dei giorni nostri.

Soltanto New York, infatti, è in grado di dare quella mistura di ansia e paranoia pronta a esplodere – condizione con cui il Gatsby Welles di Chalamet va a nozze e che rievoca in parte la “metafora della decadenza della cultura contemporanea” del Isacc Davis dello stesso Allen del sopracitato Manhattan.

Dialoghi arguti dal forte sapore citazionista

Chi ama il cinema di Woody Allen sa come in fondo riconoscere le citazioni e gli omaggi nei suoi dialoghi arguti, brillanti, incisivi, sia quasi un gioco nel gioco.

Non fa eccezione Un giorno di pioggia a New York, a partire da riferimenti a Charlie Parker ed Henry James sino al nome del personaggio di Chalamet: “Gatsby Welles” che è un doppio omaggio insito al capolavoro letterario omonimo del 1925 di Francis Scott Fitzgerald (già omaggiato nel trattato di nostalgie greimasiana che è Midnight in Paris), fino al padre del cinema moderno Orson Welles.

La presenza scenica della Ashleigh della Fanning, giornalista volta a calmare i tormenti intellettuali del regista Roland Pollard (Liev Schreiber) e dello sceneggiatore Ted Davidoff (Jude Law), permette ad Allen di scandagliare il mondo della Settima Arte.

Realizzando così un’insita celebrazione del cinema moderno tra omaggi testuali a Vittorio De Sica, Jean Renoir, Akira Kurosawa, a visivi come nel caso della gigantografia di Katherine Hepburn; sino a riferimenti specifici a due capisaldi del cinema noir come Le catene della colpa (1947) di Jacques Tourneur, e La Furia Umana (1949) di Raoul Walsh di cui Allen millanta un fantomatico remake con il Francisco Vega di Diego Luna.

Espediente interessante con cui il quasi ottantaquattrenne regista americano punta il dito contro l’industria hollywoodiana, rea di essersi dimenticata le sue origini del grande cinema dalle storie semplici (e con pochi mezzi), per concentrarsi ora sui blockbuster, ora sulla produzione continua di remake di grandi successi dai risultati altalenanti – relegando il genere noir (e affini) a prodotti di caratura ben più modesta.

Un racconto brillante, dalle svolte narrative (poco) ricercate

Tale sottotesto va a inserirsi in una struttura narrativa a doppio arco dall’andamento lineare per un incedere del racconto progressivo – dal ritmo veloce e da uno sviluppo al contempo graduale – ma (purtroppo) sofferente di un turning point che sin dalle primissime battute finisce con il condizionare inesorabilmente la narrazione in un’unica direzione.

La scelta narrativa permette ad Allen di allontanare da subito le sorti dei due fidanzatini ChalametFanning, lasciandoli liberi di esplorare ed esprimere la propria natura nella foschia del giorno di pioggia newyorchese – per due archi narrativi che sono sempre sul punto d’incontrarsi, ma senza mai incrociarsi per davvero.

Un’espediente che denota una scrittura semplice, con cui Allen pone le basi per una brillante commedia d’equivoci dal sapore di un cinema ormai dimenticato, ma le cui svolte narrative frutto dell’insindacabile legge del caos – volte a giustificare il continuo distacco tra i due amanti – sono spesso e volentieri poco ricercate. Ne deriva così un intreccio povero d’inventiva, ma che si fa forte però, della significazione dei propri personaggi in scena, e del sopracitato sottotesto.

un giorno di pioggia a new york recensione wild italy

Un delicato equilibrio relazionale

Sullo sfondo della quotidianità della Grande Mela il Gatsby di Chalamet e la Ashleigh della Fanning, vanno via via a costruirsi una propria identità – e relativa riscoperta di sé e dei propri limiti – nel corso dell’uggioso weekend newyorchese.

In un’interazione a distanza, dove le azioni del personaggio della Fanning e gli equivoci derivanti dall’esplorazione dell’ambiente cinematografico (di cui la sagace riflessione del sottotesto), generano effetti come in un “gioco al rialzo” sulle azioni del Gatsby di Chalamet, che ne subisce gli effetti per poi agire di conseguenza.

Ciononostante, pur essendo la Ashleigh della Fanning il motore narrativo – specie per via delle interazioni con i personaggi “cinematografici” di Schreiber, Law e Luna – è del Gatsby di Chalamet (ultimo della trafila di alter-ego Alleniani) il punto di vista del racconto, ed è suo l’arco narrativo (e relativa evoluzione) meglio delineato. Una dinamica che ricorda in parte quella di The Post (2017) di Spielberg, dove il focus era incentrato tutto sulla Katherine Graham della Streep, ma era il Ben Bradlee di Hanks a portare avanti il racconto.

Un’interazione a distanza tra due personaggi – una giornalista zelante e adorabile, e uno scommettitore incapace di puntare forte sul suo futuro – che troverà il suo compimento in una sequenza finale “aperta” – fortemente rievocatrice delle battute conclusive di Midnight in Paris – volta a riequilibrare il dislivello relazionale tra i due.

Un piccolo gioiello nostalgico, rimasto un anno di troppo nel cassetto

un giorno di pioggia a new york recensione wild italy

Di Un giorno di pioggia a New York s’è parlato fin troppo per via delle vicende extracinematografiche legate al #metoo, al riemergere del caso Dylan Farrow, ai compensi che Chalamet, Gomez e Hall hanno donato a Time’s Up e RAINN, dissociandosi così dal prodotto filmico e spingendo Amazon Studios a tenerlo bloccato per un anno.

Resta il rammarico di non aver potuto godere prima di una pellicola brillante, certamente tra le più riuscite dell’ultimo decennio di produzione proficua del cineasta newyorchese, dal sapore di un’insita nostalgia – certamente meno d’impatto della nostalgie di Midnight in Paris – che lo porta a ricalcare strade già (ampiamente) ripercorse, nella cornice spaziale dell’amata New York, resa iconica proprio da Woody Allen quarant’anni fa con Manhattan – ora più che mai.

Per questo, e per quanto successo nell’ultimo anno, Un giorno di pioggia a New York è un film da proteggere, vedere e rivedere, preservare per un domani – nella speranza che i processi mediatici non siano più d’intralcio nella distribuzione di opere simili.

 

Un giorno di pioggia a New York verrà distribuito nelle sale cinematografiche a partire dal 28 novembre 2019 da una distribuzione Lucky Red.

 

 

SE QUESTO ARTICOLO TI E’ PIACIUTO, SOSTIENI WILD ITALY CON UNA DONAZIONE!


About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


'Un giorno di pioggia a New York, Woody Allen torna alle origini del suo cinema' has no comments

Be the first to comment this post!

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Shares