Andreotti: una Storia italiana.

Per una volta, lasciamo riposare in pace la famigerata «figura controversa» e non disturbiamola; concentriamoci piuttosto sulle reazioni alla sua morte e a quello che, più o meno esplicitamente, esprimono. Che cosa resta della morte di Agiulio-andreottindreotti, infatti, se non l’assoluta certezza di vivere in un Paese che, in generale, della verità storica se ne continua a fregare?

Fatte salve le sempre più scarse eccezioni, cosa dobbiamo dire di una Repubblica che decide consapevolmente di ignorare i dati oggettivi, ad esempio il pesante coinvolgimento di uno dei suoi padri fondatori in «cose di Cosa nostra», per dirla col titolo della celebra raccolta di interviste di Giovanni Falcone?

Come commentare la rimozione forzata della prescrizione per il reato commesso fino alla primavera del 1980 che ci viene imposta – in maniera ovviamente subdola – dalla stragrande maggioranza dei media e dei commentatori? Anche accogliendo le idee dei garantisti a tutti i costi, quelli che straparlano di «toghe rosse» e di «teoremi della magistratura», come possiamo accettare che l’Italia non pensi in alcun modo di cogliere l’occasione di una riflessione che, volenti o nolenti, la morte di una figura del calibro di Andreotti necessariamente dovrebbe imporre?

Che la si pensi in un modo o nell’altro, consideratane l’importanza, in un Paese serio infatti si aprirebbe immediatamente un dibattito sulla figura in questione per provare quantomeno a chiarire le questioni rimaste in sospeso, informando magari le giovani generazioni che potrebbero ignorare tutto. Invece no, da noi cala il silenzio o, meglio, si dà la notizia farcendola di dati accessori e inutili, soffermandosi fugacemente e in maniera incomprensibile sulle ombre del personaggio in questione e, di conseguenza, dell’Italia, dicendo e non dicendo, salvando i pro e i contro (ma soprattutto i pro).

Sì, è vero: siamo di fronte alle medesime considerazioni che la minoranza del Paese ha fatto nel 2010 con il decennale dalla dipartita di Bettino Craxi. All’epoca ci sorbimmo la reprimenda di Giorgio Napolitano che, pur «senza mettere in questione Craxi cossigal’esito dei procedimenti che lo riguardarono», ha parlato di un «tragico esito» del leader politico, perseguitato «con durezza senza eguali»: un colpo al cerchio e uno alla botte, secondo il classico schema italiota che allontana la responsabilità dei fatti, rimanendo sul generico, per non scontentare nessuno, ma salvando di fatto l’insalvabile o, meglio, il pregiudicato.

In genere, in questi casi, si parla sempre e comunque di «statisti», magari con qualche zona d’ombra, ma nulla di più, tant’è che il cordoglio è sempre bipartisan, come ci ha insegnato, sempre nel 2010, Francesco Cossiga (a proposito, cosa c’era scritto nelle lettere consegnate con la sua dipartita alle più alte cariche dello Stato?).

Si dirà che ognuno è libero di dire e pensare ciò che vuole, che è addirittura una ricchezza delle democrazie avere diverse opinioni su uno stesso tema. Fino a che punto però è legittimo ignorare totalmente i fatti e, di conseguenza, l’esame di coscienza che questi richiedono? La domanda assume ancor più validità se si considera come, in tutti i casi fin qui citati, si stia parlando di alcune delle più importanti figure di spicco dell’Italia repubblicana, di uomini che hanno tenuto le redini della nazione in  momenti delicatissimi (terrorismo rosso e nero, guerre di mafia, esplosione del debito pubblico, etc.).

In un Paese vittima, oggi come non mai, delle scelte del suo passato, non sarebbe il caso di provare a invertire la rotta, di provare a mettere in fila i fatti, di provare a capire definitivamente ad esempio se davvero siamo in mano ad una magistratura che, più o meno d’accordo con una certa parte politica, cerca di sovvertire gli esiti delle elezioni o se, forse più semplicemente, siamo stati governati non da figure genericamente «controverse», bensì da veri e propri delinquenti? Così, solo per provare che effetto fa e capire che, quale che sia la risposta, siamo di fronte a un gran bel problema.

P.S. 1. A tutti quelli che invocano il silenzio in segno di rispetto per i morti, chiediamo di commentare le frasi smaccatamente pro domo sua pronunciate oggi da un altro grande statista, Silvio Berlusconi («Contro la sua persona, la sinistra ha sperimentato una forma di lotta indegna di un Paese civile, basata sulla demonizzazione dell’avversario e sulla persecuzione giudiziaria: un calvario che Andreotti ha superato con dignità e compostezza, uscendone vincitore. Quello usato contro di lui è un metodo che conosciamo bene, perché la sinistra dell’odio e dell’invidia ha continuato a metterlo in campo anche contro l’avversario che non riusciva a battere nelle urne. Per questo auspichiamo che agli anni della demonizzazione segua finalmente una pacificazione, di cui il governo appena insediato possa rappresentare il giusto prologo»).

P.S. 2. Che dire poi della distinzione di Cicchitto tra «mafia corleonese» e «mafia tradizionale»? Che pensare dell’implicita giustificazione delle mediazioni con quest’ultima che, secondo l’onorevole, Andreotti a buon diritto perseguì?


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Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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