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Unioni civili: ennesimo scontro tra democrazia e teologia

di Carlo Magnani *

Il dibattito che si sta svolgendo nelle aule parlamentari sul disegno di legge relativo alle unioni civili ha trovato una corrispondenza, cosa che non accadeva da tempo, anche nella mobilitazione delle piazze. Si tratta ovviamente di un bene per la partecipazione democratica, e proprio ascoltando le voci e i messaggi che si sono levati dalla adunata del Circo Massimo, organizzata da una parte del mondo cattolico per chiedere l’accantonamento del progetto di legge, emerge quella che forse è la questione centrale.

La proposta Cirinnà presenta dei profili tecnici caratterizzanti il diritto di famiglia che non sembrano neppure troppo radicali rispetto ad altre legislazioni di grandi stati europei; del resto, la comparazione con gli ordinamenti  europei e gli inviti della Corte di Strasburgo, che vigila sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, costituiscono motivi forti a sostegno della razionalità di un provvedimento che appare di minima civiltà giuridica.

Ebbene, i relatori e le voci più autorevoli del Family Day considerano invece improponibile una legge come quella che si discute sulle unioni civili. Quale è il nocciolo duro di questa opposizione? La ragione di fondo è che secondo tale visione le relazioni famigliari e affettive debbono svolgersi secondo un unico modello voluto dal Creatore e rispondente alla verità antropologica dell’uomo: tutto ciò che esula da esso è disordine morale, quindi peccato. E la legge? Il diritto qui è chiamato a riconoscere questa verità direttamente derivata dalla teologia.

Una simile posizione nega il carattere laico e secolare del diritto moderno, nega cioè le radici stesse della civiltà europea, che si sono formate attorno al brocardo che Thomas Hobbes formulò già nel XVII secolo per mettere fine alle guerre di religione: “l’autorità fa la legge, e non la Verità”. Questo è il punto mai insuperato e insuperabile del diritto moderno, che anche quando afferma la dignità umana come valore centrale, cosa che accade nella Costituzione italiana, lo fa in una ottica laica e pluralista, astenendosi dall’accogliere una determinata concezione della verità. E se Hobbes sembra troppo lontano, i fautori del diritto naturale divino si rivolgano ad Hans Kelsen, grande giurista liberale e democratico del Novecento padre delle nostre Corte costituzionali, il quale metteva su piani ben distanti la verità e la democrazia. Kelsen notava che la democrazia è per la teologia cristiana solo “un valore relativo”, cioè asservito alla affermazione di una idea della verità. E chi non la pensa così? E le minoranze? Dopo il Family Day, insomma, i dubbi culturali sulla compatibilità tra democrazia e religione riprendono attualità.

* docente di Diritto dell’informazione e della comunicazione, Università “Carlo Bo’ ” di Urbino.


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