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Unioni civili, il Senato vota la legge: chi ha vinto e chi ha perso

Alla fine di un iter che definire lungo e tortuoso sarebbe eufemistico, la legge sulle unioni civili è stata licenziata giovedì dal Senato, dopo che il governo ha presentato un maxiemendamento su cui ha posto la fiducia. Com’è noto, il nuovo testo sostanzialmente riscrive il fu ddl Cirinnà ricalcandone l’intero impianto, ma lasciando fuori l’adozione del figlio del partner e l’obbligo di fedeltà tra le due parti dell’unione.

Un primo dato è che per la prima volta in Italia un’ala del Parlamento approva un testo che riconosce le coppie dello stesso sesso con un ritardo ormai atavico rispetto al resto dell’Europa, agli Stati Uniti e perfino al Sudafrica e all’America Latina.

A differenza di quanto avvenuto in circostanze simili in altri paesi, però, due giorni fa fuori dal Senato non c’era nessuno a festeggiare. C’erano, in compenso, le associazioni che dall’inizio della discussione della legge presidiano il palazzo. Per loro, il voto di giovedì, legalizza una discriminazione. Perché, va detto, il testo approvato non è la legge che la comunità LGBT si aspettava. Non è neanche quella su cui, facendo quello che è stato definito “un bagno di realtà”, aveva accettato come l’unico possibile e che considerava solo un primo passo verso l’uguaglianza vera. È una norma ulteriormente riveduta e depauperata, che lascia senza tutele i più deboli (i bambini, appunto) e che lancia un messaggio chiaro al resto della popolazione: le coppie e lesbiche esistono, sì, hanno qualche diritto, vero, ma non sono come le coppie etero. Per questa legge, sono meno stabili, meno durature, e quel “giù le mani dai bambini”, forse, non era poi così sbagliato.

Tra le file dei senatori del Pd qualcuno non ha preso bene le proteste della sera prima, quando una folla nutrita di attivisti ha occupato corso Risorgimento urlando “vergogna, vergogna” all’indirizzo del Senato. Non comprendere la rabbia da parte della comunità LGBT significa non avere provato neanche una volta a chiudere gli occhi e ad immaginare come ci si sente ad essere offesi, umiliati, derisi, esclusi per decenni solo perché gay o lesbiche. E il distacco dalle persone che dovrebbe rappresentare, è un lusso che la politica non può permettersi. Pena il dilagare ulteriore dell’antipolitica e del “tanto sono tutti uguali”. Ok la “realpolitik”, ma di reale, là fuori, ci sono le vite delle persone e il loro futuro. Ok che la politica è l’arte del compromesso, ma il compromesso era già stato accettato all’inizio con un testo che non sanciva l’uguaglianza formale e sui cui tutti avevano giurato che “basta compromessi al ribasso”.

Quello che è successo a Palazzo Madama è molto chiaro: gli equilibri interni ai partiti da una parte e alla maggioranza dall’altra hanno prevalso sul bene delle persone discriminate. Il risultato è una legge che non riesce a far gioire la comunità LGBT ed ha fatto arrabbiare il movimento che questo testo avrebbe voluto vederlo sparire del tutto, quello del Family Day.

Dentro il palazzo, invece, hanno vinto tutti: il Pd potrà vantarsi di avere comunque portato a casa una legge (che deve ancora essere approvata anche dalla Camera, ma quello sarà un passaggio indolore) dando la colpa dell’ulteriore ribasso al MoVimento 5 Stelle, reo di non avere votato il supercanguro; i pentastellati, dal canto loro, si fregeranno di avere la mani pulite, non avendo abdicato al principio per cui loro i canguri non li votano perché antidemocratici e non avendo votato a favore di una legge monca; Alfano e il suo partito rivendicano come un risultato personale l’avere “impedito una rivoluzione contronatura e antropologica”.

Non me ne vorrà l’attuale vice ministro Ivan Scalfarotto, ma sembra un po’ quello che è successo con la legge contro l’omofobia che porta il suo nome. Quel testo, mai diventato legge perché impantanato al Senato, venne approvato dalla Camera dopo essere stato snaturato con un subemendamento che sdogana l’omofobia se a pronunciare discorsi contro le persone gay e lesbiche sono associazioni, partiti politici, organizzazioni religiose o insegnanti nelle scuole. L’introduzione della modifica venne ritenuta necessaria per accontentare l’allora alleato di governo Scelta Civica.

Quella legge fu duramente attaccata dalla comunità LGBT perché ritenuta inefficace, quando non addirittura dannosa. Ma proprio nella contestazione a quella legge, giudicata liberticida e contro la libertà d’espressione, affondano le loro radici organizzazioni come le Sentinelle in piedi.
La differenza tra le unioni civili e la legge contro l’omofobia è che la prima sembra destinata ad essere promulgata, mentre l’altra giace sotto un fitto strato di polvere in Senato. Il “metodo Scalfarotto”, dunque, si è evoluto.

Sarebbe disonesto, in conclusione, non riconoscere che la legge approvata giovedì a Palazzo Madama segna un passo avanti rispetto al vuoto assoluto: quando il Presidente Mattarella la firmerà, le coppie omosessuali potranno essere riconosciute e i gay e le lesbiche assistere i loro partner in ospedale, destinare loro l’eredità, tranquillizzarsi del futuro anche post mortem grazie alla reversibilità della pensione ecc. E questo è certamente un beneficio reale. Il resto, come troppo spesso è accaduto in questo Paese, dovranno farlo i giudici e gli avvocati nelle aule dei tribunali, specialmente quelli dei minori a cui le coppie con figli dovranno continuare a rivolgersi per vedere riconosciuti i diritti dei loro bambini e i loro doveri di genitori. La politica ha abdicato, almeno in parte, al suo ruolo di legislatore, nella speranza che ci pensino i giudici a colmare il voto che questa legge lascia.

La comunità LGBT, dal canto suo, dovrà rimboccarsi di nuovo le maniche e continuare a combattere per la parità totale. A partire dalla manifestazione prevista per il 5 marzo prossimo a Piazza del Popolo, a Roma.


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Siciliana, trapiantata in Toscana. Giornalista da quando ha memoria, ha contribuito alla fondazione di diversi periodici giovanili, ha lavorato per la redazione de L'Ora di Palermo, passando quasi per caso dalla TV. Nel 2007 approda alla redazione di Gay.it (il primo portale di informazione per la comunità lgbt italiana) dove rimane fino a fine settembre 2015. Nell'ultimo anno e mezzo ne è stata la direttrice. A settembre 2015 Gay.it vince il premio come “Miglior sito gay” ai Macchianera Awards. Sogno nel cassetto: la radio. COLLABORATRICE SEZIONE POLITICA


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