Uomini in balìa del capitale

La notte fra il 5 e il 6 novembre del 2007, morivano sette operai nell’incendio dello stabilimento torinese delle acciaierie ThyssenKrupp. A distanza di tre anni e mezzo, arriva la sentenza di primo grado che vede responsabili della tragedia sei manager dell’azienda tedesca.

Particolare scalpore ha destato la notizia della decisione della seconda Corte d’assise di Torino di condannare Harald Espenhahn, amministratore delegato della Thyssen, per omicidio volontario, ritenendo provata la sussistenza di un dolo eventuale nella condotta del suddetto.

Dolo eventuale, e non colpa cosciente. Qual è la differenza?

La colpa cosciente è la sfumatura più grave di reato colposo. Essa implica che il soggetto sia consapevole della possibilità che la sua condotta determini un danno, ma che negligentemente ne sottovaluti la probabilità. Della serie «ma ti pare che succeda?». Il dolo eventuale è, invece, la sfumatura meno grave di reato doloso. Ciò significa che non solo il soggetto sapeva quali rischi stava correndo, ma che pur non ritenendoli desiderabili ha accettato che si verificassero. Della serie «vado avanti, succeda quel che succeda».

Com’è ovvio, l’esito della sentenza ha fatto e farà discutere. Per alcuni, esso è «inspiegabile e incomprensibile». E come potrebbe non esserlo, dato che ad esser reso noto è stato il solo dispositivo, e che per la pubblicazione dei motivi bisognerà attendere anche fino a 90 giorni, tempi stabiliti dal Codice di procedura penale? Klaus Schmitz, presidente della ThyssenKrupp Italia spa, interpellato dal Corsera ha dichiarato: «Noi restiamo in Italia, ma dopo la situazione che si è venuta a creare con il verdetto di Torino sarà difficilissimo lavorare da voi».

Aleggia ora il rischio che questo precedente di scala europea dia una scusa alla Thyssen e in generale a tutti i colossi industriali multinazionali per disinvestire o per non investire affatto in Italia, con un conseguente e prevedibile riflesso negativo sul mondo del lavoro, già fiaccato da tassi di disoccupazione galoppanti. Ma c’è dell’altro. Dai vertici è giunta anche la seguente dichiarazione: «Purtroppo in Italia ci sono state tante tragedie sul lavoro, tante morti bianche. Ma questa sorte giudiziaria è toccata solo a noi. […] non vorremmo diventare un pretesto, noi come azienda, e Espenhahn come persona. […] prima di decidere come comportarci in futuro e quali strategie adottare, abbiamo bisogno di capire come l’Italia valuta la sentenza e la novità che ha introdotto». Una minaccia sibillina? Non manca chi lo teme.

C’è da chiedersi, visto che non si vorrebbe far diventare Espenhahn un pretesto (cioè degradare una persona umana al rango di strumento), se ThyssenKrupp sceglierà coerentemente di presentare appello alla sentenza o se invece vi rinuncerà, abbandonando il suo amministratore delegato e gli altri cinque manager al loro destino. Non si tratta di una domanda maliziosa, perché la posta in gioco è alta.

La linea 5, luogo dell’incidente di quasi quattro anni fa, è infatti attualmente sotto sequestro, e vi resterà fintanto che avrà durata il processo. Già prima del rogo, l’azienda aveva in progetto di smantellare e vendere la struttura torinese. Un affare da un centinaio di milioni di euro, congelato dal procedimento in corso. La rinuncia all’appello sbloccherebbe la liquidazione dello stabilimento, ma aprirebbe le porte del carcere per Espenhahn e compagni. Uomini, insomma, in balìa del capitale.

Ma in fondo non sono gli unici. Lo sono state le stesse vittime della tragedia. Quello che si otterrebbe con la rinuncia all’appello sarebbe un disdicevole contrappasso, una inutile vendetta che, paradosso dei paradossi, premierebbe in alcuni lo stesso atteggiamento che si punirebbe in altri, ossia il cinismo col quale si antepone, anziché subordinare, l’economia all’Uomo. Diceva non molti giorni fa Massimo Fini: «non è il meccanismo economico al nostro servizio, ma noi al suo». E potrebbe avere ragione.

LUCIANO IZZO

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