#Vajont, Tina Merlin: “E’ stato un genocidio!”

let_tina_merlinAlle volte, quando si vuole ricordare qualche evento, si cercano parole nuove, fatti nuovi. Nel caso del disastro del Vajont però, in quel 9 ottobre 1963, le parole erano già state scritte tutte. Ogni cosa era stata prevista. “Il più grande disastro causato dall’uomo”. Lo dice l’ONU.

Potremmo parlare del fatto che sia una vergogna, che ne il Presidente della Repubblica, ne tanto meno il Presidente del Consiglio, abbiano trovato il tempo per andare lassù, in cima alla diga che allora era la più grande del mondo, e fermarsi semplicemente a pensare, a riflettere, a vedere. Ma non è tempo di polemiche, ne tanto meno vogliamo perdere del tempo a nominare questi personaggi che, al confronto di chi vi raccontiamo ora, valgono meno di una cacca di mosca.

Lei è Tina Merlin. Giornalista, Staffetta partigiana, scrittrice. Per parlare di lei servirebbero centinaia di pagine. Vi diciamo solo che è stata l’unica giornalista che, seguendo la vicenda del Vajont, ha fatto SEMPRE il suo lavoro. Ha detto sempre la vertià su ciò che stava accadendo in quella valle. Ma poichè scriveva sull’Unità, nessuno gli dava poi tanto credito; in fondo, in quel periodo, l’Unità era più un bollettino di partito, che un quotidiano.

E poichè ci vorrebbe troppo tempo, e noi non ci riteniamo sufficientemente capaci per raccontarvi questa storia, vi lasciamo leggere l’articolo che venne pubblicato l’11 ottobre 1963, due giorni dopo il “genocidio” del Vajont, che costò la vita a quasi 2000 persone e che spazzò via paesi interi. Tina Merlin non era un eroe. Crediamo non abbia mai voluto esserlo. Ha sempre e solo raccontato la verità perchè quello era il suo mestiere. La vogliamo ricordare quindi per sperare possa essere presa ad esempio da tutti. E perchè in questo articolo riesce, con maestria degna solo dei grandi scrittori, a ripercorrere, in poche colonne, la sua lotta. Quanto avrebbe voluto essersi sbagliata, ma tutto ciò che aveva previsto si è verificato in maniera ancora più catastrofica.

Belluno, 10 Ottobre 1963

È stato un genocidio. Lo gridano i pochi sopravvissuti, resi folli dal terrore della valanga d’acqua e dalla disperazione di trovarsi soli e impotenti a superare una realtà tragica, fatta oramai di nulla, o meglio fatta di sassi e melma amalgamati dal sangue dei loro cari. Una realtà che ha sconvolto all’improvviso la fisionomia di intieri paesi, ma che era purtroppo prevedibile da anni, da quando ancora all’inizio dei lavori del grande invaso idroelettrico del Vajont i tecnici sapevano di costruire su terreno argilloso e franabile, che perciò potevano portare alla catastrofe.

Genocidio quindi, da gridare ad alta voce a tutti, affinché il grido scuota le coscienze del popolo e il popolo, la cui pelle non conta mai niente di fronte ai dividendi dei padroni del vapore, spazzi via al fine con un’ondata di collera e di sdegno chi gioca impunemente, a sangue freddo, con la vita di migliaia di creature umane, allo scopo di accrescere i propri profitti e il proprio potere.

Che qualcuno, se ne ha il coraggio, mi smentisca in questo momento. Io assumo la responsabilità di quanto dico; i colpevoli si assumano la responsabilità di quanto hanno fatto. E la giustizia giudichi.

Affermo che ci sono responsabilità morali e materiali. Ho seguito la vicenda dell’invaso del Vajont con passione non solo da giornalista, ma di figlia di questo popolo contadino e montanaro che si ribella alla retorica delle «virtù tradizionali» che mal nasconde il cinismo dello sfruttamento più spietato. Con questo cuore ho seguito tutte le vicissitudini, le resistenze, le paure dei montanari di Erto contro la «Sade», non per impedirle di costruire il grande bacino idroelettrico del Vajont, ma per impedire di compiere un delitto. L’intuito e l’esperienza di quei montanari, confortati peraltro da pareri di grandi geologi, indicavano la Valle del Vajont non adatta a reggere la pressione di 160 milioni di metri-cubi d’acqua. La realtà ha dimostrato la ragione dei montanari, non quella dei tecnici della «Sade».

La società elettrica sapeva che le pareti dell’invaso erano formate dal terreno di una enorme frana caduta centinaia di anni fa, sulla quale è sorto in seguito il paese di Erto. Sapeva che il Monte Toc era esso stesso parte di quella frana e che era prevedibile che l’acqua immessa nel bacino dovesse erodere piano piano il sottosuolo e provocare disastri. Quattro anni fa, quando è stata esperimentata la resistenza del bacino, grosse fenditure avevano segnato le case di S. Martino e delle altre frazioni di Erto alle pendici del Toc. Esse piano piano si estesero a ridosso del monte, facendo nascere la paura tra gli abitanti di Erto.

Costoro si appellarono inutilmente ad ogni autorità possibile dando veste giuridica ad un largo comitato unitario che lottò per anni nel tentativo di opporsi alla costruzione dell’invaso, sorretto anche dall’autorevole parere tecnico del geologo prof. Gortani, contrario in pieno alla perizia del geologo della «Sade», prof. Dal Piaz. Il prof. Gortani riteneva, infatti, pazzesco costruire il bacino su un terreno tanto inadatto come quello di Erto. Il comitato inoltrò ricorsi. Organizzò petizioni e pubbliche proteste. Interessò autorità governative e amministratori locali. Presso qualcuna di queste autorità la voce del comitato venne accolta. Il Consiglio provinciale, in data 15 febbraio 1961, votava all’unanimità un ordine del giorno per chiedere la revoca di ogni concessione alla «Sade» per inadempienze di legge. In esso si faceva preciso riferimento alla situazione del Vajont chiedendo l’approntamento tempestivo di tutte le misure di sicurezza per garantire la incolumità di quelle popolazioni. Fu una presa di posizione che restò senza risposta. Cosa sarebbe successo se il monte fosse franato nel lago al massimo della sua capienza?

Io mi feci portavoce di quei montanari e scrissi per «l’Unità» un articolo, indicando quello che sarebbe potuto accadere e che oggi è accaduto così come esattamente lo avevo descritto. La pubblica autorità mi accusò di propagare notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico. L’autorità giudiziaria mi incriminò di reato, senza peraltro recarsi sul posto per accertare la verità. Venni processato a Milano assieme al direttore responsabile dell’«Unità».

A Milano si offersero generosamente di venire a testimoniare tanti abitanti di Erto che mi ebbero vicina nelle loro proteste, nelle loro pubbliche manifestazioni, nel sostenere la lotta; cosa che non fecero tanti parlamentari governativi e non governativi di allora, malgrado fossero stati ufficialmente invitati ad intervenire dalla popolazione. Io e il compagno onorevole Bettiol, che rappresentavamo il Partito comunista, fummo solo e sempre gli unici a sostenere attivamente le ragioni dei montanari di Erto. Essi mi difesero energicamente davanti ai giudici del Tribunale di Milano e dimostrarono, con prove e testimonianze, non solo che io avevo scritto la verità, ma che tutto il paese si trovava in pericolo e che, assieme ad Erto, anche i paesi del Longaronese correvano rischi.

I giudici mi assolsero, ma le autorità che dovevano tener conto dei fatti e impedire un possibile massacro, diedero invece via libera alla «Sade» per i suoi esperimenti criminosi. Fatti, oltretutto, con i miliardi del popolo italiano, i tanti miliardi che il governo diede alla «Sade» a fondo perduto per la costruzione del lago artificiale e che, magari, ora stanno al sicuro oltre frontiera. Miliardi rubati al popolo, col consenso delle autorità di governo. Quelle stessa autorità che gestendo oggi gli impianti idroelettrici, e sapendo che da circa un mese la situazione del Vajont peggiorava, non hanno provveduto a scongiurare la immane sciagura che si è abbattuta stanotte sul Bellunese, creando un cimitero su una vasta zona popolata.

Sto scrivendo queste righe col cuore stretto dai rimorsi per non aver fatto di più per indurre il popolo di queste terre a ribellarsi alla minaccia mortale che ora è diventata una tragica realtà. Oggi tuttavia non si può soltanto piangere. È tempo di imparare qualcosa.

TINA MERLIN


About

Residente a Belluno, studia all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna alla facoltà di Lettere, con indirizzo storico, per poi specializzarsi in giornalismo.
giampross@katamail.com


'#Vajont, Tina Merlin: “E’ stato un genocidio!”' have 1 comment

  1. 13 ottobre 2013 @ 8:46 am zil

    Grandissimo servizio esclusivo a cinquant’anni dalla tragedia del Vajont da parte di Focus: http://dentroilvajont.focus.it/


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