Jesse Eisenberg e Imogen Poots in Vivarium

Vivarium, il fanta-horror che riflette l’appiattimento alle aspettative sociali

Presentato in anteprima mondiale a Cannes, Vivarium estremizza le implicazioni sociali della convivenza in un fanta-horror senza infamia e senza lode

 

Il vivarium è, in arboricoltura, lo spazio riservato alla coltura di giovani soggetti. Un’area chiusa di nutrizione e osservazione di specie viventi. Come una casa per una giovane coppia che, da oggetto del desiderio, si trasforma in luogo di isolamento forzato in cui prendersi cura di un inquietante bambino non desiderato.

Intrappolati in un loop

Il loop di YonderTom (Jesse Eisenberg) e Gemma (Imogen Poots) sono due giovani innamorati alla ricerca di una casa in cui iniziare una vita insieme. Lui è un arboricoltore, lei una maestra d’asilo. In seguito a una ricerca infruttuosa, i due si affidano a un sinistro agente immobiliare (Jonathan Aris), il quale insiste per far visitare loro Yonder, un nuovo complesso residenziale suburbano presentato come il “sogno” delle giovani coppie. Il luogo si presenta innaturalmente silenzioso e artificiale, con schiere di villette identiche tutte dipinte di verde. Anche gli interni dell’appartamento sono asettici, in puro stile Ikea, e includono una stanza già adibita per un bambino.

Tutto ciò genera nella coppia un vago senso di inquietudine, alimentato dall’atteggiamento del lynchiano agente: “questa casa è per sempre” – dice loro prima di sparire. I due provano allora ad abbandonare il complesso, ma dopo aver girato a lungo intorno all’isolato si rendono conto di essere intrappolati in una sorta di loop escheriano, un labirinto costituito da file e file di case identiche a perdita d’occhio. Si rassegnano così a prendere possesso della casa e presto si ritrovano un pacco contenente un neonato e un biglietto: “crescete il bambino e sarete rilasciati”.

Il bambino (Senan Jennings) – che la  sequenza di apertura di Vivarium associa al cuculo, uccello-parassita che invece di costruire il nido affida i suoi piccoli a una madre surrogata – cresce a una velocità inumana (di anni in pochi mesi), strilla ogni volta che viene contrariato e dimostra straordinarie capacità mimetiche. Quando non si comporta da specchio deformante, scimmiottando parole e gesti, sta seduto ipnotizzato davanti allo schermo della tv che trasmette ossessivamente frattali in bianco e nero. Un loop nel loop.

La rottura della coppia fa emergere il vincolo ai ruoli tradizionali

Jesse Eisenberg e Imogen Poots con il bambinoVivarium mette in scena la graduale disintegrazione di una coppia asfissiata dalle aspettative sociali. All’inizio è solo un tipico battibecco su chi debba stare al volante, quando i due iniziano a girare in tondo nell’infernale complesso residenziale senza uscita. A fronte della costrizione, le reazioni si fanno via via sempre più distanti. S’innescano meccanismi di difesa che rimarcano i ruoli di genere tradizionali. L’uomo, egoista e iracondo, si sfinisce di lavoro fisico ignorando la compagna e il bambino; la donna, più mite, è assoggettata al dovere di preservare la vita di quella creatura loro affibbiata, che pure non accetta di chiamare figlio.

Secondo tradizione, il lato femminile – “materno” per antonomasia – prevale sul disgusto che questo strano essere esercita. Un bambino con la voce da adulto, con tendenze assolutamente inquietanti, invadente e insopportabilmente capriccioso, al punto da generare in Tom il desiderio di sopprimerlo. È proprio l’opposizione tra i due in merito al bambino a creare le basi dell’inevitabile frattura. Lui, bambinone trentenne, scava irrefrenabilmente come a voler tornare nel grembo materno. Si seppellisce in una fossa, alla ricerca di una verità da cui fugge una volta trovata. Lei si adagia nel ruolo di madre putativa cui un’ignota volontà la vincola, si arrende al dovere imposto al suo sesso.

Il dovere della felicità stereotipata

Jesse Eisenberg e Imogen Poots con Senan JenningsDa giovani hipsters apparentemente slegati dalle dinamiche borghesi, i protagonisti di Vivarium diventano cavie mansuete di un soggiogamento sociale che li rivela stereotipi incasellati in un’esperienza di vita “mulino bianco” horror. Entrambi non si ribellano né si evolvono: si adattano. Come a dire che non si scappa dal sistematico loop. L’appartamento nel quale finiscono per “sistemarsi” è cornice ed emblema della loro sconfitta. Ci si identifica facilmente con Tom e Gemma, inscatolati in appartamenti-gabbia, ad attendere solo di essere disillusi abbastanza per abbandonare le ambizioni individuali e fare un figlio.

La tesi di fondo di Vivarium è infatti che gli esseri umani sono pedine di un sistema che ciclicamente induce a considerare l’idea convenzionale di felicità come l’unica possibile. Sottolinea come le identità vengano schiacciate dal peso del dovere che ciascuno si trova attribuito a prescindere dalla propria volontà. Così, la coppia risulta un artificio regolamentato, un patto che tutti sottoscriviamo senza porre domande, di fatto una prigione autoinflitta. E l’unico scopo della vita diventa perpetrare la specie.

Un incubo color pastello

Jonathan Aris nel ruolo del sinistro agente immobiliareRisuonano in Vivarium gli echi di Ai confini della realtà (The Twilight Zone), in particolare dell’episodio It’s a Good Life (1961), uno di quelli rimasti più impressi nell’immaginario collettivo. In esso, i residenti dell’amena cittadina di Peaksville si trovano isolati dal resto del mondo a causa dei poteri di un terrificante bambino in grado di eliminare tutti coloro i quali contrastano la sua volontà.

Il pettinato sobborgo dei sogni con le case a schiera color pastello che si rivela un microcosmo dentro una bolla di vetro monitorato da un burattinaio invisibile richiama le atmosfere di The Truman Show (Peter Weir, 1997). Ma c’è anche un po’ dell’estetica surrealista dello svedese Roy Andersson, che il regista cita tra le sue fonti d’ispirazione. Yonder appare come una versione agghiacciante di Teletubbyland, con le nuvolette bidimensionali che sembrano dipinte sul cielo e lo scenario palesemente artificiale. Non c’è pioggia, vento, nessun agente atmosferico e persino la luce sembra appiattirsi sulle superfici. La sensazione è quella di stare su un set di Gregory Crewdson o in un dipinto di René Magritte – e infatti ad uno dei suoi dipinti (L’Empire des Lumières, 1953-1954), si ispira la messa in scena.

Vivarium avrebbe potuto rendere bene come corto/mediometraggio, come già nel 2012 Finnegan aveva fatto con Foxes. Anch’esso ambientato nell’impersonale suburbia di case standardizzate simbolo del boom economico. Anch’esso orientato a riflettere sul confinamento cui ci si vincola per adeguarsi alle opprimenti norme sociali. Ma così diluito – per quanto formalmente ineccepibile e con un soggetto interessante – il film finisce per perdere mordente una volta rivelato il motore intorno al quale ruota l’intera vicenda.

 

Vivarium verrà distribuito in sala da Notorious Pictures il 14 Maggio 2020.

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Fonte immagini: fetch.fm.


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