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Yellowstone, il western vive ancora sul piccolo schermo

Yellowstone racconta l’America attraverso la rilettura del genere western

 

yellowstone-recensione-serie-tv-kevin-costnerSembra averci preso gusto Taylor Sheridan, autentico astro nascente tra gli sceneggiatori hollywoodiani, che dopo Sicario (2015), Hell or High Water (2016), I segreti di Wind River (2017) – di cui ha curato anche la regia – e Soldado (2018), approda sul piccolo schermo grazie a Yellowstone e il volto segnato dalla carriera trentennale di Kevin Costner (Balla coi lupi, Waterworld, L’uomo del giorno dopo), cui si aggiungono Wes Bentley, Kelly Reilly e Luke Grimes.

Quello di Sheridan, un cinema dal sapore “lontano” la cui Trilogia della Frontiera (Sicario, Hell or High Water e I segreti di Wind River) rievoca in parte le atmosfere e i toni del cinema urbano di William Friedkin (Il braccio violento della legge, Cruising, Vivere e morire a Los Angeles, Killer Joe), e del revisionismo di genere tipico di Robert Altman (M.A.S.H, I compari, Il lungo addio, Nashville) – trova il suo perfetto veicolo narrativo in Yellowstone, con cui declinare ancora una volta il genere western-urbano, in chiave seriale, raccontando dell’America di oggi, tramite uomini a cavallo di “ieri”.

Sinossi 

Kevin Costner interpreta John Dutton, capofamiglia e proprietario del ranch, pronto a tutto pur di difendere i confini della sua terra. Dutton, che si contraddistingue da subito per un temperamento aggressivo e inflessibile, entra in conflitto con l’imprenditore edile Dan Jenkins (Danny Huston), interessato a realizzare un redditizio progetto edilizio vicino al ranch, e con Thomas Rainwater (Gil Birmingham), presidente della riserva di Broken Rock, che vuole sfruttare lo scontro tra i due per espandere il territorio della riserva indiana.

John coinvolge in quella che si rivelerà una vera e propria guerra i suoi quattro figli: Kayce (Luke Grimes), un veterano che ha lasciato il clan dei Dutton per vivere nella riserva con la moglie e il figlio; Jamie (Wes Bentley), un brillante avvocato che vuole iniziare una carriera in politica; Beth (Kelly Reilly), l’unica donna, un lavoro in banca e qualche problema con l’alcol, che si rivelerà da subito la più simile al padre; e Lee (Dave Annable), che ha dedicato la sua vita al ranch.

Il neo-western di Taylor Sheridan 

C’è dell’aria di innovazione nel cinema americano, dei vari S.Craig Zahler (99 Cell Block, Dragged Across Concrete), Jordan Peele (Get Out, Noi), Leigh Whannell (Upgrade, L’uomo invisibile) e – per l’appunto – Taylor Sheridan, una sorta di “Nuova New Hollywood” che racconta degli uomini e delle loro pulsioni, dei problemi di cui è attanagliata la società, attraverso la rilettura di generi cinematografici ampiamente inflazionati.

Nel caso di Sheridan, dopo la rilettura del genere crime tra Sicario e Soldado, ora ponendo il punto di vista narrativo su di un personaggio sorprendente “passivo” come l’Agente Macer della Blunt e in preda a una tempesta di eventi, ora ricreando un gioco da “guardie e ladri” Del Toro-Brolin in salsa western; è la volta proprio della rilettura del genere di cowboy e indiani sullo sfondo della frontiera americana.

È in questo filone che si inserisce Yellowstone, come evoluzione di un percorso stilistico-tematico iniziato con Hell or High water e le difficoltà dell’America post-crisi economica dei fratelli rapinatori Pine-Foster e proseguito con I segreti di Wind River, dove stavolta saranno le tematiche razziali ad emergere tra i paesaggi innevati degni de Il grande silenzio (1968) di Sergio Corbucci.

Western in formato seriale e con il volto di Costner

yellowstone-recensione-serie-tvIn una simile cornice tematica, Sheridan declina ancora una volta il neo-western in forma urbana, in forma stavolta differente rispetto ai sopracitati Hell or High Water e I segreti di Wind River, con una chiave di lettura maggiormente slegata da tematiche sociali, che parla di uomini corrotti nell’animo, di rinascite, di rapporti familiari da rinsaldare e far rivivere, e di uomini (e donne) veri.

Yellowstone trascina così lo spettatore, in un formato – quello seriale – che permette a Sheridan non soltanto di suggestionare tramite scorci e rimandi di ogni genere al grande cinema western – da Il fiume rosso (1948) a Sentieri selvaggi (1956) – ma anche di declinare l’eterna (ed inflazionata) dicotomia cowboy-indiani – resa immortale dal cinema di John Ford – in forma sottilmente ragionata, o più semplicemente moderna.

Sheridan costruisce così un immaginario solido, dai personaggi frastagliati in cerca di redenzione, di un posto nel mondo e di approvazione, in un racconto televisivo dal chiaro sapore cinematografico.

Il tutto, affidato alla presenza scenica di un attore come Kevin Costner – che arrivato al giro di boa dei sessanta, dosa carisma e sentimenti paterni, rinascendo sul piccolo schermo nei panni di John Dutton dopo la parentesi di semi-onnipotenza registico/interpretativa tra gli anni Ottanta e Novanta.

Un autentico must-see

Risulta abbastanza chiaro, come con Yellowstone ci troviamo dinanzi a una serie, magari ancora poco apprezzata sul territorio italiano, ma dall’altissimo potenziale drammaturgico, capace di far rivivere il genere western, sul piccolo schermo, come solo i grandi “revisionisti” del genere – Robert Altman, Sam Peckinpah e Clint Eastwood riuscirono a fare – seppur con le debite (e dovute) proporzioni.

Ci si prepara così, a montare in sella con la Famiglia Dutton, per un racconto lungo diciannove puntate a cui nessuno spettatore cresciuto a “pane e John Ford” potrà fare a meno.

Yellowstone approderà sugli schermi televisivi italiani a partire dal 13 marzo 2020 su Sky Atlantic.

 

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Fonte immagini: sky.it


About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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