Youth, l’arte di cedere alla leggerezza

Il tempo è la chiave di volta per molti dei nostri dubbi: interrogativi sul futuro, sulla felicità, sulle relazioni che speriamo durino più a lungo possibile, sul dolore che si susseguono nella nostra vita, dandoci la possibilità ogni giorno di prolungare la nostra giovinezza, il tempo in cui vivere la libertà dell’azione con leggerezza e con intensità.

Fonte: www.comingsoon.it

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Quello che Paolo Sorrentino vuole offrirci con l’attesissimo Youth è un nuovo taglio prospettico, fatto di distanze, di annullamenti e di ricordi.

Fred (Michael Caine) è un uomo alla soglia degli ottant’anni, un compositore e direttore d’orchestra che da tempo ha deciso di ritirarsi dalla carriera musicale e che si trova in vacanza in un quieto ed irreale hotel ai piedi delle Alpi, popolato da numerosi ospiti, ognuno alla ricerca della propria ispirazione.

L’unico che non cerca ormai più nulla è proprio Fred, più di una volta definito apatico, che guarda con distacco e benvolere le vicende della figlia Lena (un’impeccabile Rachel Weisz, che mantiene ancora alte le aspettative nutrite dopo l’Oscar per The constant gardner), del giovane attore Jimmy Tree (Paul Dano) e dei giovani che popolano l’albergo.

Accanto alla figura del protagonista spicca quella di Mick (Harvey Keitel), un regista coetaneo di Fred e suo amico da sessant’anni, che ancora non si arrende a lasciare la propria attività, cercando di terminare quello che lui definisce il proprio capolavoro e testamento artistico.

Oltre alla regia impeccabile e alla fotografia studiata al millimetro, marchio di fabbrica delle ultime creazioni di Sorrentino e che evidenzia come la ricerca della rappresentazione dell’Arte sia rimasta un’ossessione dopo La grande bellezza, ciò che ancora una volta stupisce è la musica, prevedibile protagonista della pellicola, che riesce a dare leggerezza ad un’atmosfera forse eccessivamente opprimente.

Una serie di incantevoli armonie composte appositamente da David Lang ci guidano lungo tutta la pellicola, commentando meglio di molti dialoghi le scene in cui l’intuizione è un requisito fondamentale per tentare di sbrogliare la matassa delle sensazioni, dei sogni e dei ricordi dei personaggi.

I dialoghi sono pacati ma brillano di eccezionale originalità, garantendo un buon ritmo e regalando momenti di ironia raffinata e naturale comicità.

Fonte: www.giornalettismo.com

Fonte: www.giornalettismo.com

A rendere tutto estremamente complesso ad un primo approccio con questa pellicola è l’incessante sensazione di distanza, che rende gli ambienti presuntuosamente asettici, i corpi grotteschi e disarmati nella loro occasionale nudità, i dialoghi ridotti all’essenziale. Allo stesso tempo però la distanza rende le emozioni, gli ostacoli, la sofferenza molto più affrontabili, al prezzo della privazione di quello che necessitiamo per sentirci presenti a noi stessi in modo completo, rinchiudendoci dentro una torre d’avorio di aridità.

La vita di Fred, almeno all’apparenza, ci viene raccontata così finché, grattando via la patina di paure, viene allo scoperto un uomo intenso, incapace di esprimere le proprie emozioni e in lotta con i suoi sentimenti.

Il continuo ed altalenante confronto tra il suo approccio alla vita e quello dell’amico Mick, offre un quadro completo dell’umana paura del tempo e delle sue minacce, delle sue gabbie. Solo nel momento in cui il protagonista deciderà di tornare ad affrontare i propri spettri e di rimanere impantanato nei sentimenti, l’artista potrà rinascere.

Youth, quindi, ci offre una mano tesa proprio all’orlo del baratro che è il flusso del tempo che scivola via inesorabile, senza toglierci la possibilità di esplorarlo ad occhi spalancati.

(Fonte immagine di copertina: rbcasting.com)

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About

Studentessa di Medicina a Tor Vergata, unisce all'amore per la Scienza, quello per l'Arte. Fin da piccola ama la letteratura, la poesia, le arti visive ed il cinema, fornendo con piacere il suo parere da appassionata su questi temi. COLLABORATRICE SEZIONE CINEMA


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