Zingaretti

Indagati Regione Lazio: perché Zingaretti tace?

Di norma un amministratore, una persona che ricopre un incarico di governo – anche a livelli non necessariamente “alti” – non può non sapere. Non può non sapere cosa accada nell’istituzione che guida o all’interno del partito che lo sostiene. Nicola Zingaretti, Presidente dem della Regione Lazio, in un certo senso sembra si stia comportando in questo modo, facendo finta di niente mentre un circolo di persone a lui vicine “frana” sotto il peso delle inchieste.

Già a marzo del 2015, e da questo giornale denunciai l’omertà che i media avevano riservato al caso, il capo di gabinetto di Zingaretti, Maurizio Venafro, si dimise dopo essere stato indagato dalla Procura di Roma in merito ad una gara d’appalto della Regione relativa al Cup.

La vicenda venne fuori, un unicum penso nel panorama politico romano, proprio dalla lettera di dimissioni dello stesso Venafro: «Alcuni giorni or sono dopo aver appreso di essere formalmente indagato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma in merito ad una gara d’appalto della Regione Lazio, sono comparso spontaneamente davanti ai pubblici ministeri che conducono l’indagine; ho fornito tutti i chiarimenti che mi sono stati richiesti ed ho dato ampia e utile collaborazione per una corretta ricostruzione dei fatti […] Non intendo essere sottoposto  a uno stillicidio politico-mediatico e, in questo momento, grazie anche alla discrezione mantenuta dalla Procura di Roma sulla mia iscrizione nel registro degli indagati (fatto di cui non posso che ringraziare i magistrati inquirenti) mi è stato possibile riflettere, con la dovuta tranquillità, su quelle che potranno essere le inevitabili conseguenze allorquando, prima o poi, la notizia diverrà di pubblico dominio».

L’accusa nei confronti dell’ex capo di gabinetto per turbativa d’asta riguarda una gara d’appalto del Cup, il servizio di prenotazione delle prestazioni sanitarie, sul quale – a quanto sembrerebbe – Mafia capitale aveva messo gli occhi. I pubblici ministeri sembrerebbe che imputino a Venafro alcune pressioni che avrebbe fatto sulla direttrice della Centrale unica degli acquisti, Elisabetta Longo, per favorire e far entrare nella commissione aggiudicatrice della gara Angelo Scozzafava, ex direttore del Dipartimento politiche sociali del Comune di Roma, indagato nella stessa inchiesta di Mafia Capitale per associazione di stampo mafioso e corruzione aggravata.

A marzo di quest’anno i giudici hanno chiesto una proroga all’indagine avviata sulla formulazione del bando, poiché l’inchiesta «necessita di approfondimenti e riscontri con gli accertamenti del procedimento Mafia Capitale».

«Il bando indetto due anni fa – scrive Giulio de Santis dalle pagine de il Corriere della Sera – fu annullato in seguito all’arresto di Angelo Scozzavafa […] Il coinvolgimento del braccio destro di Nicola Zingaretti emerse a marzo dello scorso anno e così fu deciso due mesi dopo di elaborare un nuovo capitolato con l’aiuto dell’Anac per tagliare i ponti con il passato. Traguardo ancora lontano, stando alla decisione del pm che indaga sulla vicenda per due ipotesi di reato: turbativa d’asta e peculato. Ancora nessuno è indagato e non sono ancora noti gli elementi che collegano questa inchiesta a Mafia Capitale».

Per cercare di fare buon viso a cattivo gioco Zingaretti prima dichiara a Repubblica, nel giugno 2015: «voglio sottolineare che è indagato e non colpevole. In questi due anni con me in Regione, prima di dimettersi, è stato coprotagonista di una stagione durante la quale proprio su trasparenza e semplificazione abbiamo cambiato tutto. Tra rotazione dei dirigenti, centrale unica degli acquisti, fatturazione elettronica, abbiamo immesso tanti anticorpi utili a tutela della legalità». Passano poi neanche 8 mesi ed ecco invece la Regione costituirsi parte civile proprio contro Venafro.

La frana però non si ferma qui. E’ notizia infatti di pochi giorni fa della chiusura della terza tranche dell’inchiesta su Mafia Capitale con reati quali corruzione, turbativa d’asta, finanziamento illecito ai partiti e rivelazione di segreti d’ufficio contestati a 28 persone, raggiunte da avvisi di garanzia.

Tra i nomi coinvolti spiccano quelli dell’ex capogruppo del Pd in Consiglio Comunale, Francesco D’Ausilio e dell’ex capogruppo al consiglio regionale del Lazio, sempre del Pd, Marco Vincenzi (dimessosi nel giugno del 2015 e poi fatto atterrare alla presidenza della commissione bilancio) a cui viene contestato il reato di corruzione.

Insieme a loro figurano poi Salvatore Buzzi, ras della Cooperativa 29 giugno, Luca Odevaine ed Eugenio Patanè, ex consigliere Pd ed ex Presidente della Commissione Cultura alla Regione, autosospesosi dal partito, a cui viene contestato il finanziamento illecito. Molti degli indagati sono già nel faldone del processo Mafia Capitale. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 2011 e il 2014.

Marco Vincenzi, appresa la notizia, annuncia le proprie dimissioni dalla commissione bilancio in Regione Lazio con una nota. Vincenzi ribadisce la sua «totale estraneità alla vicenda», dicendosi «sicuro di aver sempre operato nella più assoluta correttezza e nel pieno rispetto della legge come potrò ampiamente dimostrare. Tuttavia, a tutela dell’istituzione Regionale e del mio diritto alla difesa, ho deciso di rassegnare le dimissioni da presidente della commissione Bilancio della Regione Lazio e di autosospendermi dal Partito democratico».

«Quando cinque mesi fa ho accettato l’incarico – prosegue Vincenzi -, non avevo ricevuta alcuna comunicazione giudiziaria. Oggi che questa condizione è venuta meno, preferisco fare un passo indietro per serietà e rispetto nei confronti dei tanti cittadini-elettori che mi hanno dato la fiducia, del Pd, dei colleghi d’aula e del presidente Zingaretti. Confermo la mia più assoluta fiducia nei confronti della magistratura e sono certo che potrà essere facilmente accertata la correttezza del mio comportamento».

Ora la domanda sorge spontanea: se il Pd a gran voce chiedeva le dimissioni di Renata Polverini per lo scandalo Fiorito e lei si diceva estranea ai fatti perché “un Presidente di Regione non può sapere tutto quello che accade”, perché Zingaretti oggi invece tace? Soprattutto mentre uomini vicini a lui o scelti da lui cadono come tessere di un domino. Veramente non sapeva nulla? Attendiamo spiegazioni.

AGGIORNAMENTO:

Il 18 luglio Maurizio Venafro è stato assolto per non aver commesso il fatto.


About

Giornalista pubblicista, fondatore e direttore di Wild Italy. Ha collaborato con varie testate nazionali e locali, tra cui Il Fatto Quotidiano e La Notizia Giornale, ed è blogger per l’Huffington Post Italia. Nel 2011 ha vinto il Primo Premio Nazionale Emanuela Loi (agente della scorta di Paolo Borsellino, morta in Via d’Amelio) come “giovane non omologato al pensiero unico”. Studioso di Comunicazione Politica, ha lavorato in campagne elettorali, sia in veste di candidato che di consulente e dirige, da fine 2016, Res Politics - Agenzia di comunicazione politica integrata . DIRETTORE DI WILD ITALY.


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