Favolacce recensione del film dei F.lli D'Innocenzo wild italy

Favolacce, istantanee di vite invisibili nella periferia romana tra orrore e violenza

Favolacce dei Fratelli D’Innocenzo, con Elio Germano, vincitore dell’Orso d’argento alla Berlinale 2020

Favolacce recensione del film dei F.lli D'Innocenzo wild italy

C‘era una volta un sogno che oggi non c’è più“, è così che recita la tagline di Favolacce (2020) dei Fratelli D’Innocenzo con protagonisti – tra gli altri – Elio Germano, Barbara Chichiarelli, Gabriel Montesi e Max Tortora come narratore – un sogno forse dimenticato, di quella che sembra essere una perfetta oasi di pace, che nasconde – in realtà – dell’insito orrore e paura di (dover) crescere in un mondo simile.

Favolacce infatti, potremo quasi definirlo come una favola nichilista, nera (come la pece), resa tale dal contesto narrativo e dalle modalità di narrazione; quella dei Fratelli D’Innocenzo non è un racconto tipizzato e comune – come La terra dell’abbastanza (2018), quantomeno nelle modalità di racconto – piuttosto un’istantanea di dolore, di vite dimenticate, abbandonate dallo Stato, di cui avremmo avuto coscienza soltanto leggendo la cronaca nera in un lunedì mattina, al bar.

Sinossi

C’era una volta una favola nera, ambientata nella periferia sud di Roma, tra la malinconica litoranea brutalmente costruita ed una campagna che è stata palude. Una piccola comunità di famiglie, i loro figli adolescenti, la scuola.

Un mondo apparentemente normale dove silente cova il sadismo sottile dei padri, impercettibile ma inesorabile, la passività delle madri, l’indifferenza colpevole degli adulti. Ma soprattutto è la disperazione dei figli, diligenti e crudeli, incapaci di farsi ascoltare, che esplode in una rabbia sopita e scorre veloce verso la sconfitta di tutti.

Vite ai margini segnate dal dolore

Il racconto di Favolacce si apre con una cena tra amici, delineando quello che sembra – a tutti gli effetti – un perfetto quadro familiare, elemento sottolineato dai D’Innocenzo con un piccolo espediente scenico – per poi destrutturarlo lungo tutto l’andamento del racconto.

Il perbenismo di facciata della perfetta famiglia italiana nasconde un mondo di orrore e violenza. Favolacce è un susseguirsi di atti di violenza psicologica e fisica, di bugie e finti sorrisi, invidie, silenzi, piscine bucate e calci nello stomaco.

Un racconto delineato come corale nella realizzazione, ma il cui punto focale, il motore, a livello narrativo è offerto dalla Famiglia Placido – e in particolare dai piccoli Dennis (Tommaso Di Cola) e Alessia (Giulietta Rabeggiani), le cui azioni permettono la crescita del racconto e della fitta rete di relazioni imbastite dai D’Innocenzo.

Istantanee da cronaca nera

La coralità di Favolacce trova il perfetto abito da sera nella tipologia di racconto scelta dai D’Innocenzo. Una favola nera, quella di Favolacce, a partire proprio da un contesto scenico-narrativo, da cui è impossibile trarre linee guida spaziali (se non con poche eccezioni), come fosse una storia sospesa nel tempo, di cui siamo spettatori.

I D’Innocenzo imbastiscono così un racconto che fotografa – come fosse un’istantanea, in medias resvite dimenticate di gente sola, ai margini della società e del mondo – con cui, per lo spettatore, risulta difficile entrarvi in empatia.

Ci possiamo indignare dell’orrore, della violenza scenica e verbale in Favolacce, e magari anche avere il voltastomaco per uno squallore scenico che sembra richiamare Gummo (1997) di Harmony Korine e per un dolore insito alla famiglia che rievoca gli immaginari disturbati di Dogtooth/Kynodontas (2009) di Yorgos Lanthimos e Miss Violence (2013) di Alexander Avranas. Ciò che (sembra) mancare però è la capacità di entrarvi in contatto a livello emotivo.

Un’assenza d’empatia (presunta) che permette allo spettatore che entra in contatto con Favolacce, di restare con i piedi per terra anche dinanzi a tanta violenza scenica, rimanendo così disgustato e al contempo affascinato dalla solida struttura narrativa imbastita dai D’Innocenzo, e da una regia sempre ricercata, dal taglio lento e calcolato, che sa dare respiro scenico al racconto.

Un ritorno al passato per un racconto che guarda al futuro del cinema italiano 

Favolacce recensione del film dei F.lli D'Innocenzo wild italy

La morte nel cinema dei D’Innocenzo viene data e ricevuta, un po’ per il caso, un po’ per scelta, un po’ come fosse un compito a casa lasciato dal Professore di chimica. In ogni caso, che sia La terra dell’abbastanza (2018) o Favolacce, la morte rappresenta la soluzione del conflitto scenico.

Laddove però, se nell’opera prima dei D’Innocenzo, la morte sopraggiungeva ora come soluzione a un’epifania esistenziale, ora come conseguenza della scelta di tornare sulla retta via, in Favolacce è l’unica via di fuga per figli non-voluti (e nemmeno pensati) da genitori “malati”.

Quel che resta di Favolacce è una performance straordinaria – quasi schizofrenica – di Elio Germano, come non se ne vedevano da tanto tempo nel cinema italiano; e la certezza che i D’Innocenzo hanno aggiunto un altro tassello nella loro personale idea di cinema dove la morte arriva, spazza tutto, e lascia le persone a fare i conti con il presente.

Resta il rimpianto, di un’opera che con il suo linguaggio filmico sofisticato e le tematiche forti alla base del racconto, avrebbe meritato molto di più dello schermo di un laptop o di una televisione ultimo modello – non è quella la sua dimensione. Favolacce è per il domani, quando l’emergenza sanitaria sarà conclusa e potremo tornare a godere di un film nella sala cinematografica.

 

Favolacce è disponibile on demand dal 11 maggio 2020 su tutte le piattaforme da una distribuzione Vision Distribution 

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About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: vivere di cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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