L’Isis colpisce ancora: attacco kamikaze al cuore di Istanbul

Fonte dell’immagine di copertina: ilfattoquotidiano.it

La Turchia è ancora scossa dall’attentato che la mattina del 12 gennaio ha insanguinato il quartiere di Sultanahmet, provocando 10 morti e 15 feriti, nel cuore di Istanbul. La piazza dove l’attentatore suicida si è fatto esplodere costituisce uno dei principali luoghi turistici della città, essendo posizionata vicino ad alcuni dei monumenti più visitati dai turisti: la Moschea Blu, Santa Sofia e il palazzo Topkapi. Il primo ministro turco Başbakan Davutoğlu ha riferito che tutte le vittime dell’attentato sono di nazionalità straniera e che il kamikaze apparteneva allo Stato Islamico.

UN ATTACCO A SORPRESA

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Fonte: tg24.sky.it

L’esplosione è avvenuta intorno alle 10.20, ora locale (in Italia erano le 9,20), in prossimità dell’obelisco di Teodosio, risalente al IV secolo d.C. la polizia ha delimitato una vasta area di Sultanahmet Meydani, la piazza che costituiva, in antichità, l’Ippodromo di Costantinopoli, dove è situato l’obelisco e sulla quale si affaccia la rinomata Moschea Blu. Il ministro degli Esteri della Germania ha detto che 8 delle persone morte nell’attentato erano di nazionalità tedesca, tranne una originaria del Perù. Associated Press, citando una fonte governativa turca, inizialmente aveva riferito che i morti di nazionalità tedesca ammontavano a nove; la notizia era stata confermata anche da una fonte governativa di AFP. Tra i feriti almeno 9 sono di nazionalità tedesca, mentre gli altri provengono dalla Norvegia, dal Perù e dalla Corea del Sud. Negli ospedali di Istanbul sono ancora ricoverati in 6, uno dei quali in gravi condizioni, mentre gli altri 9 sono già stati dimessi. Intanto nella metropoli turca è giunto il primo ministro dell’interno tedesco, Thomas de Maiziere. Dopo essersi recato sul luogo della strage assieme al premier turco Ahmet Davutoglu, che ha reso omaggio alle vittime deponendo dei garofani rossi, il ministro ha fatto visita ai suoi connazionali feriti. “Al momento non abbiamo informazioni concrete sul fatto che l’attacco di ieri fosse rivolto a cittadini tedeschi” ha annunciato de Maiziere. Le autorità tedesche, inoltre, hanno consigliato ai propri cittadini di evitare i siti turistici di Istabul.

Poco dopo l’esplosione, le autorità turche hanno vietato alle televisioni locali di diffondere immagini della piazza, per motivi di sicurezza, ma alcune tv hanno continuato comunque a trasmettere riprese, sostenendo che il divieto si riferiva soltanto ai primi piani, mentre altre emittenti televisive si sono attenute alle disposizioni del governo, dedicando le proprie trasmissioni ad altri argomenti. La polizia ha anche impedito ad alcuni giornalisti di scattare foto, come riporta la corrispondente turca del New York Times, Ceyla Yeginsu. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva affermato che l’attentatore era di origine siriana. Successivamente, però, diversi giornali turchi, citando fonti governative, hanno scritto che in realtà sarebbe nato in Arabia Saudita nel 1988 e si chiamerebbe chiamarsi Nail Fadli.  Aveva presentato domanda di asilo politico in Turchia la scorsa settimana ed era entrato in territorio turco di recente passando attraverso la Siria. Fadli si era recato in un ufficio per l’accoglienza dei profughi a Istanbul assieme ad altre 4 persone, dove gli erano state prese le impronte digitali come da procedura. Le autorità hanno specificato che il suo nome non era presente su liste di ricercati né in Turchia né in altri Paesi. L’uomo è stato filmato nell’ufficio immigrazione, come mostrano le telecamere di sorveglianza

CHI SI NASCONDE DIETRO LA STRAGE

All’indomani dell’attacco kamikaze nel centro di Istanbul, la polizia turca ha fermato complessivamente 65 persone, tra cui 3 russi, 15 siriani e un turco ad Ankara. Questi ultimi, sospetta la polizia, stavano raccogliendo informazioni sugli edifici pubblici nella capitale. I siriani saranno immediatamente espulsi. Il maggior numero di arresti è stato eseguito a Sanliurfa, vicino al confine con la Siria, dove gli arresti sono stati 21. Altri a Kilis, sempre vicino alla frontiera, nella provincia di Mersin, ad Adana e Dyarbakir. Sarebbero tutti coinvolti con l’attentato ad Istanbul. A dare la notizia del primo arresto è stato il ministero degli interni di Ankara.

Bashar Al Assad. Fonte: eunews.it
Bashar Al Assad. Fonte: eunews.it

Nel pomeriggio il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, che ha annunciato gli altri fermi, ha dato conferma del coinvolgimento diretto dello Stato Islamico nella strage. Ha inoltre aggiunto che l’Is potrebbe essere solo “una pedina” nell’attentato e che si sta indagando su presunti “attori segreti dietro l’attacco” che avrebbero usato l’Is come “subappaltatore”. Il riferimento, tra gli altri, va indirettamente al presidente siriano Bashar al Assad, poiché i miliziani dell’organizzazione jihadista sono stati trasferiti nel nord della Siria per combattere contro l’opposizione moderata, con l’aiuto delle forze di Damasco. “Alcune potenze straniere mostrano un atteggiamento ostruzionistico nei confronti delle incursioni aree della Turchia contro l’Is” ha concluso Davutoglu, volendo sottolineare, con queste dure affermazioni, l’atteggiamento ambiguo delle forze aeree russe, che sembrano voler proteggere i jihadisti all’interno dello spazio aereo siriano. Pesanti sono le accuse mosse dal quotidiano tedesco filo-governativo, ‘Star’, che in prima pagina ha indicato esplicitamente Vladimir Putin tra i mandanti della strage sullo sfondo delle tensioni delle ultime settimane tra Mosca e Ankara.”L’autore è chiaro”, titola il giornale accanto alla foto del presidente russo con il fotomontaggio di una mano insanguinata.

La mattina del 13 gennaio, inoltre, è filtrata la notizia del fermo di tre cittadini russi nella provincia meridionale di Antalya per sospetti legami con l’Is. I tre uomini sarebbero accusati di aver fornito supporto logistico ai jihadisti. Non è chiaro, però, se per gli investigatori possano anche aver avuto un ruolo nella preparazione dell’attacco di Istanbul. Il ministro degli Esteri russo, Oleg Syromolotov ha spiegato che, secondo gli ultimi dati di novembre, sono almeno 2.719 gli integralisti islamici russi che combattono per l’Is tra Siria e Iraq. Di questi , 160 sono stati uccisi, 73 sono tornati e finiti sotto processo e 36 sono stati arrestati.

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Un uomo lascia un garofano sul luogo dell’attentato (ansa)

La dinamica dell’attacco terroristico è identica a quella messa in atto in atto in centinai di altre stragi negli ultimi mesi e la matrice può essere facilmente identificabile con quella dell’Is. Ma qual è la motivazione che si nasconde dietro quest’ultimo attacco? Forse punire la Turchia per il cambio di rotta nei rapporti con gli uomini del Califfo sul proprio territorio. Infatti, il governo turco, da sempre tollerante con i miliziani fin dall’inizio della guerra, negli ultimi mesi ha realizzato una svolta in senso autoritario contro i combattenti dell’ISIS, che ha portato allo smantellamento di una vasta rete jihadista che sinora operava liberamente all’interno del territorio turco. Ankara ha inoltre reso più difficile o impedito il passaggio di molti foreign fighters, che usano la Turchia come base logistica per i propri spostamenti, e ha arrestato diversi predicatori simpatizzanti dell’Is. A dimostrazione del fatto che la Turchia non è più un ‘angolo di paradiso’ per i terroristi.

Tutti questi indizi fanno presumere che dietro l’attentato si nasconda la mano di Al Baghdadi, come risposta alla linea dura del governo nei suoi confronti. Ma, a un’analisi più attenta, risulta evidente che la reale motivazione di questo cambiamento di rotta da parte del governo di Ankara non è la lotta all’ISIS, visto che per anni ha lasciato proliferare i jihadisti all’interno del suo territorio, ma piuttosto il contenimento delle rivendicazioni indipendentiste curde che sono andate acuendosi con l’avanzare della guerra. I successi sul campo di questi ultimi contro lo Stato Islamico, infatti, favoriscono le ipotesi di un futuro in cui i curdi conteranno sempre di più nello scacchiere internazionale. Il repentino cambio di fronte, quindi, è funzionale a riallacciare il fragile rapporto con gli Stati Uniti, che premono per la sconfitta dell’ISIS e favoriscono con tutti i mezzi l’ascesa dei curdi. E la Turchia, già membro della NATO ,ha bisogno del supporto di Washington ora più che mai, soprattutto dopo aver ingaggiato un pericoloso e incauto braccio di ferro con Mosca.

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Fonte: repubblica.it

GLI EPISODI PRECEDENTI

Nell’ultimo anno in Turchia si sono verificati diversi attentati terroristici. Nel gennaio del 2015 una donna si è fatta esplodere in una stazione di polizia, a poche decine di metri di distanza dalla piazza della Moschea Blu, uccidendo un poliziotto. Lo scorso 20 luglio un altro attentatore suicida si è fatto esplodere a Suruc, vicino al confine con la Siria, uccidendo 33 attivisti curdi: l’attentato era stato rivendicato dall’Is, ma molti analisti concordano nel sostenere che fosse opera anche del governo turco.

Pochi giorni dopo l’attentato di Suruc, i miliziani appartenenti al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, movimento politico-militare che lotta per ottenere maggiore autonomia a favore della minoranza curda che vive in Turchia, hanno ucciso in una sparatoria tre poliziotti turchi. Il governo turco, in risposta, aveva autorizzando una massiccia campagna di bombardamenti aerei e arresti contro il PKK e altre organizzazioni curde. Nell’ottobre del 2015, invece, nella capitale Ankara due bombe hanno provocato 100 morti durante una manifestazione di protesta contro la guerra tra governo turco e PKK: si è trattato dell’attentato più grave della storia del Paese. Secondo le dichiarazione del governo turco, l’attentato era di matrice islamica radicale, ma questa tesi era stata messa in dubbio da più esperti: la grave crisi politica che la Turchia stava vivendo già da diversi mesi e le elezioni alle porte, hanno dato vita a un complesso meccanismo di accuse reciproche, fuochi incrociati e intensa propaganda governativa.

Per concludere la lista, purtroppo lunga e sanguinosa, degli attentati che hanno insanguinato il Paese, torniamo al 1 dicembre scorso dove, sempre a Istanbul, una bomba è esplosa vicino alla stazione della metropolitana di Bayrampaşa, provocando un morto.

Da questi ultimi eventi si evince, quindi, che la Turchia stia pagando a caro prezzo la sua decisione di usare il pugno duro contro i miliziani dell’Is, che hanno come ultimo obiettivo quello di far precipitare nel caos questo territorio, che rappresenta un nodo strategico nella lotta al fondamentalismo islamico.

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Alessandro Mancini

Nato nel 1993 a Roma, studia Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Roma tre. Persona eclettica e curiosa, da sempre appassionato di scrittura e lettura, coltiva il sogno di diventare giornalista. Gestisce anche un blog personale: http://aleftsworld.wordpress.com/ . COLLABORATORE SEZIONE ESTERI

Un pensiero su “L’Isis colpisce ancora: attacco kamikaze al cuore di Istanbul

  • 18 Gennaio 2016 in 3:17 pm
    Permalink

    Erdocan colpisce ancora…. MACELLAIO BUFFONE!!!!! NON TI CREDE NESSUNO!!!!!!

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