La Libia in crisi e la rivoluzione eterodiretta

di Massimo Campanini *

Il popolo libico è insorto contro Gheddafi nel febbraio 2011. Partito da Bengasi, un moto popolare via via più articolato e consapevole ha lottato contro il regime oscurantista del colonnello in  nome della libertà e della democrazia e, dopo quasi otto mesi di aspra battaglia, anche con l’aiuto della NATO, ha finito per trionfare. Tutto semplice, tutto lineare. Ma è vero? In realtà, molti punti oscuri rimangono nella cosiddetta “rivoluzione” libica.

In primo luogo, i ribelli sono risultati fin dall’inizio armati, diversamente da quanto era accaduto in Tunisia e in Egitto. Inoltre, all’interno dello stesso variegato fronte dei rivoltosi, si sono presto manifestate rivalità interne che sono sfociate anche in omicidi politici oltre che in lotte di fazione intestine.

In secondo luogo, molte emittenti televisive (al-Jazeera per esempio) così come molte testate giornalistiche hanno diffuso, durante la guerra civile, notizie infondate o artatamente costruite.

In terzo luogo, la NATO ha dimostrato un’ansia di intervenire militarmente che non si è ripetuta in nessun altro scacchiere interessato dalle “primavere” arabe, a cominciare dalla Siria.

Infine, Gheddafi è stato giustiziato frettolosamente e quasi in segreto, senza che si sia mai saputo come siano andati veramente i fatti. Tutto ciò spiega come mai si sia potuta ipotizzare una origine eterodiretta della “rivoluzione” libica (dai servizi segreti franco-britannici?) al fine, da un lato, di togliere finalmente di mezzo l’ingombrante e incontrollabile Gheddafi, e, dall’altro, di mettere le mani sul petrolio.

Come che sia, un dato di fatto è che la caduta di Gheddafi ha fatto implodere la Libia. Per oscurantista e tirannico che fosse, il regime di Gheddafi aveva garantito per decenni alla Libia di sopravvivere quale paese unito. La Libia non è mai stata una nazione: costruita sulla carta dal colonialismo italiano prima della Prima Guerra Mondiale, cucendo insieme le tre regioni eterogenee della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan; confermata, sempre sulla carta, dal neo-colonialismo britannico e statunitense dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Libia non ha mai risolto le contraddizioni territoriali e le tensioni tribali, che sono sempre covate sotto la cenere e si sono accentuate ulteriormente allorché si è trattato di spartire la ricchezza petrolifera.

Inoltre, la jamāhīriyya istituita da Gheddafi nel 1972 non solo non ha funzionato, ma ha impedito la costruzione dello stato. Priva di strutture centralizzate, amministrative, gestionali e politiche, priva di partiti e di organizzazioni direttive delle masse, la jamāhīriyya non solo non è riuscita a fare della Libia un vero stato coeso, ma neppure ha realizzato quelle promesse di giustizia sociale e di equa distribuzione delle risorse che aveva fatto balenare.

In questa Libia né stato né nazione, non appena Gheddafi è scomparso si sono scatenate le forze centrifughe, tribali in primo luogo, ma anche tutte quelle interessate a gestire per proprio conto e tornaconto una transizione la cui vettorialità era difficile da determinare. Le fazioni, se non lo erano già, si sono armate; hanno cominciato a combattersi l’un l’altra. Nonostante si siano celebrate elezioni, il governo e il parlamento non hanno mai funzionato veramente.

Era inevitabile che nel marasma si infiltrassero forze eversive come l’ISIS. La destabilizzazione della Siria nel Vicino Oriente, la destabilizzazione della Libia in Africa, sono due poli funzionali a una strategia di egemonizzazione che comincia a spaventare anche quegli attori che, con tutta probabilità, agli inizi hanno guardato con favore all’ISIS, come l’Arabia Saudita. È difficile prevedere se e quando la Libia tornerà a normalizzarsi. Quel che è certo è che oggi le prospettive sono buie: un “buco nero” nel cuore del Mediterraneo rischia di fagocitare tutto quanto gli capita a tiro. Ciò spiega le preoccupazioni dell’Egitto e la decisione di intervenire militarmente del presidente al-Sisi.

* professore di Storia dei Paesi Islamici e di Pensiero Islamico presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. 

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