Stadio Flaminio, dagli albori al declino

Roma 2024. No tranquilli, non è il titolo di un film di fantascienza ambientato nella Città eterna e prossimo all’uscita nelle sale cinematografiche, ma è solo la candidatura della Capitale d’Italia per ospitare le Olimpiadi in programma fra meno di nove anni. Sarebbe un’occasione unica per il Bel Paese per riscattarsi sia dal punto di vista economico che da quello turistico ma un evento straordinario per Roma e i romani che, dopo i fortunati giochi olimpici del 1960, si ritroverebbero nuovamente con gli occhi del mondo addosso. Certo, facendo tutti gli scongiuri del caso.

Lo stadio Flaminio negli anni '80
Lo stadio Flaminio negli anni ’80

Se non altro perché se il sogno delle Olimpiadi a Roma diventasse realtà (deadline settembre 2017 a Lima) da qui al 2024 di tempo a disposizione per costruire, apportare modifiche ed eliminare qualche difettuccio ce ne sarebbe a sufficienza. Ma possiamo dire che siamo sulla buona strada. Sì perchè i lavori della Metro C procedono nella giusta direzione, lo sporco di Mafia Capitale sta piano piano venendo a galla con conseguente ed immediata pulizia dello stesso e tutti quei piccoli problemi che attanagliano Roma e provincia sarebbero facilmente risolvibili con un ulteriore sforzo delle istituzioni. Problemi che fanno da cornice ad un quadro che è, di per sé, già di valore inestimabile e che in tanti, nel corso degli anni, hanno tentato di sfregiare.

Nelle settimane scorse però è affiorato un qualcosa che ha destato scalpore, e anche un po’ di sdegno, nella comunità capitolina, ovvero lo stato in cui riversa lo Stadio Flaminio, impianto che negli anni Ottanta e Novanta è stato il fiore all’occhiello dello sport e non solo. L’erba alta fino a due metri, la sporcizia che regna sovrana, la ruggine e i segni di vandalismo fanno da contorno ad una struttura che ha visto tempi migliori ed ora è in completo abbandono. La stessa struttura, per inciso, che fino al 2011 ospitava le gare interne dell’ormai scomparso Atletico Roma e, addirittura, della Nazionale italiana di rugby ora è solo una delle tante, troppe, strutture sparse nella Capitale che sono finite nel dimenticatoio delle istituzioni.

Dal Campidoglio fanno sapere che entro la fine di ottobre dell’anno in corso uscirà un bando diretto ai privati per l’affidamento dell’impianto, tutt’ora di proprietà del Comune di Roma.

I MOTIVI DEL DEGRADO.

Ma quali sono i motivi che hanno portato il Flaminio, progettato da Pier Luigi e Antonio Nervi, a ridursi in queste condizioni? Per saperlo dobbiamo fare un salto indietro di qualche anno e tornare al 2008, quando la Fir (Federazione Italiana Rugby) prese in gestione lo stadio che lo utilizzò per le gare casalinghe dell’Italia nel torneo del Sei DEGRADO-STADIO-FLAMINIONazioni. Il massimo per l’impianto al fine di rilanciarsi. Fino a quando, però, gli organismi internazionali non lo giudicarono inadatto ad ospitare un evento di quello spessore inducendo, così, Bergamasco e compagni a smontare baracca e burattini e a trasferirsi nel più capiente e attrezzato Stadio Olimpico.

Da lì la patata bollente passò nelle mani della Figc (Federazione Italiana Giuoco Calcio) che, dopo aver intavolato trattative con il Comune di Roma, acquisì di fatto la gestione dell’impianto nel febbraio 2014 con l’impegno di ristrutturarlo a spese proprie e ad utilizzarlo per le nazionali giovanili e attività varie. Impegno che, di fatto, nel corso di questi mesi non è stato mantenuto e che ha sancito il rapido ed inesorabile declino dello stadio. Tornando a qualche riga sopra accennavamo ai tempi migliori, ed in particolar modo gli anni Ottanta, decennio in cui lo stadio raggiunse l’apice del successo e del suo splendore. Erano gli anni della Lazio che lo utilizzò per i suoi incontri di Coppa Italia, della Rugby Roma che disputò tra alti e bassi diversi campionati di Serie A e della Lodigiani. Gia, la Lodigiani. La gloriosa terza squadra capitolina che all’inizio degli anni Novanta stupì gli addetti ai lavori raggiungendo la promozione in serie C1 e fece incetta di trofei a livello giovanile a metà degli anni Ottanta trionfando con i Giovanissimi Nazionali e la Berretti.

LA TESTIMONIANZA.

Abbiamo rintracciato uno dei protagonisti di quei due successi che successivamente ha avuto la possibilità di assaggiare il campo del Flaminio con la prima squadra, Maurizio Silvestri, che ci racconta: “Il mio primo approccio con l’erba del Flaminio, in realtà, avvenne in una foto ricordo fatta insieme ai miei compagni dei Giovanissimi Nazionali dopo aver vinto il campionato: una bella sensazione – afferma – perché stare con lo scudetto sul petto, su quel campo così curato e dove si confrontavano grandi campioni ti dava un senso di grandezza”.

Rosa Giovanissimi Nazionali Campione d'Italia 1983-1984 (Silvestri penultimo di destra fila centrale)
Rosa Giovanissimi Nazionali Campione d’Italia 1983-1984 (Silvestri penultimo di destra fila centrale)

Poi arrivò la conquista del campionato con la Berretti, l’approdo in Primavera e per il giovane Maurizio si spalancarono le porte della prima squadra in C2, che vedeva nella rosa giocatori del calibro di Silenzi, Fiori e Di Vincenzo: “Certo, ero ancora un ragazzino – ammette – ma tra panchina e tribuna qualche presenza riuscivo ad accumularla. Giocare lì ma soprattutto in quella categoria mi regalava emozioni che si provano solo se le vivi. Si sentiva il calore del pubblico a pochi metri”. Pubblico che riempì il Flaminio, specialmente nelle partite di maggior importanza, arrivando a 3000 unità. Cifra da capogiro per quella categoria.

L’esperienza in prima squadra per Maurizio Silvestri durò però soltanto un anno per poi ricevere la chiamata da parte del Torino che lo volle nella sua Primavera fino al prosieguo di carriera con il Civitavecchia e nelle serie minori. Oggi Maurizio, che nel frattempo ha fondato una società dilettantistica, svolge l’attività di istruttore di tecnica individuale rivolta ai giovani calciatori ma in merito alle condizioni attuali dello stadio lancia un auspicio: “mi mette tristezza vedere il Flaminio in quello stato ma – sottolinea – mi auguro che al più presto possano risistemarlo e in futuro riportare gente a seguire i loro idoli”.

Quello che ci auguriamo noi e quello che si augura l’Italia e l’intero popolo capitolino. Olimpiadi permettendo.

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Valerio Pizziconi

Nato a Roma nel 1989. Dopo aver conseguito la maturità in ragioneria, vista la sua passione per la scrittura frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Tor Vergata con indirizzo lingue straniere abbandonando, però, gli studi dopo tre anni. Nel 2013 un'enorme opportunità bussa alla sua porta: quella di scrivere per un giornale. Inizia così una collaborazione con Il Corriere laziale, occupandosi principalmente di calcio giovanile e dilettantistico locale. Fra le sue passioni, oltre alla già citata scrittura, spiccano la poesia, la musica folk e i viaggi. Dal 18 giugno 2015 è iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti del Lazio. COLLABORATORE SEZIONE CRONACA E POLITICA

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