Terrorismo: paure e ragioni nella politica del mondo islamico

La parola chiave di questi giorni: Guerra.

Ma siamo davvero sicuri che si tratti proprio di questo?

La guerra presuppone dei nemici che si fronteggiano con lealtà : due diversi schieramenti che mettono in campo le loro armi – convenzionali – in modo esplicito e dove il nemico è ben identificato.

La Grand Place di Bruxelles (Epa)
La Grand Place di Bruxelles (Epa)

Ma quella che ci troviamo di fronte oggi ha più le caratteristiche una guerriglia, nella quale il nemico ti attacca alle spalle, in modo sleale, vigliacco ed è imprevedibile e ignoto.

Perché sì, la guerriglia è vigliacca: è fatta di sabotaggi che spesso e volentieri fanno vittime innocenti, attaccano le masse e la stabilità sociale, e perché il nemico non è individuabile ad occhio nudo.

Abbiamo cercato di dipingerla come una guerra di religione, ma questa è una guerra di interessi economici. Molti miliziani combattono per uno stipendio e poi alcuni prendono alla lettera l’esasperazione e l’indottrinamento e si fanno esplodere per un Dio che magari non gli è mai appartenuto.

Il risultato è che nei giorni scorsi la città simbolo dell’Unione Europea, Bruxelles, si è mostrata al mondo come una città fantasma: le vie e i luoghi simbolo sono blindati e presidiati, i locali sono chiusi e la metro ferma. Evacuate la sede di una tv privata e la stazione di Malines, cittadina a metà strada tra Bruxelles ed Anversa. Praticamente la vita si è fermata e la tensione per la minaccia di un “serio ed imminente attacco” è altissima. È il premier belga Charles Michel ad annunciare che l’allerta sale a livello 4, al termine di un vertice sulla sicurezza.

La capitale belga ha vissuto una domenica di coprifuoco per il timore di attacchi terroristici simili a quelli di Parigi e nell’intero Belgio la tensione è altissima.  Le forze speciali cercano una decina di uomini ricercati pronti a colpire. Nell’elenco c’è Salah Abdeslam, l’attentatore di Parigi a cui sta dando la caccia il mondo intero, ma non solo. L’uomo potrebbe nascondersi proprio a Bruxelles o nelle vicinanze. Salah – scrive Abc News online citando come fonte due suoi amici che hanno chiesto di non essere identificati – si trova in difficoltà: se da una parte è il ricercato numero uno, dall’altra non sarebbe ben visto dall’Isis perchè non si sarebbe fatto esplodere durante gli attacchi dello scorso 13 novembre a Parigi.

Parigi: l’orrore di essere colpiti nelle attività della quotidiana festosa normalità di un venerdì sera. Proprio questa normalità fatta da cittadini liberi sotto tutti i punti di vista, sembra essere quello che lo stato islamico vuole combattere e allora non possiamo fare altro che delle riflessioni su tutto ciò che è accaduto in queste ultime settimane nel mondo, conseguenza della politica internazionale che negli ultimi anni è stata rivolta alle vicende nel nostro vicino Oriente.

La polizia francese fuori dal Cafe Bonne Biere a Parigi, teatro di uno degli attacchi. Fonte: lettera43.it
La polizia francese fuori dal Cafe Bonne Biere a Parigi, teatro di uno degli attacchi. Fonte: lettera43.it

Il progetto politico dell’Isis: come combatterlo

Partiamo dalle ultime tre giornate di lutto nazionale – quella francese a seguito delle stragi di Parigi (13 novembre), quella libanese dopo i due attentati di Beirut (12 novembre) e la lunga marcia di Kabul (11 novembre) per denunciare l’ennesima decapitazione da parte del sedicente “Stato Islamico” (Isis, come d’uso comune) – sono il segno di un’escalation in corso, mentre tradiscono l’insofferenza sociale diffusa rispetto alla brutalità del terrorismo. È evidente come l’Isis abbia raffinato la capacità di organizzare ovunque attacchi a sorpresa, prerogativa classica del terrorismo di ogni colore ed epoca, anche in paesi dotati, come la Francia, di sistemi di sicurezza estremamente sofisticati.

È su Twitter che lo stato islamico fa le sue rivendicazioni – canti digitali di vittoria bellica nell’era della guerra postmoderna – individuano e circoscrivono chiaramente il nemico: la Francia che bombarda i territori controllati dall’ISIS, il partito sciita libanese Hezbollah che combatte in Siria contro il califfato (assieme a tutto il resto dell’opposizione al regime di Assad). Nella stessa serie di “vendette” s’inscrive anche l’abbattimento dell’Airbus A321-200 russo in Egitto, in risposta alla decisione di Mosca di bombardare l’Isis in Siria. Anche quell’attacco fu condotto con la stessa strategia: uccidere civili innocenti per punire governi, attori e poteri ostili.

In questa triste rassegna è giusto però menzionare anche tutti gli attentati rivendicati dallo Stato Islamico contro mercati, moschee, cortei funebri e luoghi pubblici – non minori nella loro portata omicida rispetto ai sei attacchi simultanei che due giorni fa a Parigi hanno ucciso 128 persone, anche se meno vicini a noi geograficamente e, soprattutto, politicamente. Si conta che l’Isis abbia ucciso circa 10.000 persone solo dall’inizio dei bombardamenti americani, tra esecuzioni sommarie e attacchi a sorpresa. In molti dei territori che fanno da teatro a queste stragi spesso non vi sono autorità in grado di proclamare un lutto nazionale, eppure lo scopo ultimo è quello di reprimere e punire chi resiste al totalitarismo dell’autoproclamato Califfato.

Non è la prima volta che il terrorismo di matrice islamista si presenta, ospite ingrato, nel cuore dell’Europa. Si ricordino gli attentati di Madrid, della metropolitana di Londra, di Copenaghen, di Charlie Hebdo e il fallito tentativo sul treno Amsterdam-Parigi l’estate scorsa. Ma è altrettanto evidente che tragedie simili a quella vissuta venerdì scorso a Parigi – anzi identiche per forma di attacco, natura della minaccia e soggetto rivendicante (lo ISIS-Flames-of-War-Propaganda-Video-01Stato Islamico) – quando avvengono a Baghdad, Kabul, Aleppo, Sana’a o Beirut, non siano affatto considerate “attacchi all’umanità”, come il presidente americano Barack Obama ha definito la strage francese; vengono anzi spesso taciute del tutto dalla stampa occidentale o annoverate come l’ennesimo episodio di sangue in posti esotici dove si presume che la violenza sia endemica; figurarsi se degne di un “SafeButton” su Facebook, attivato a Parigi ma non, per esempio, a Beirut appena il giorno prima. Eppure i social network sono molto diffusi nei paesi arabi – anche in quelli molto insicuri – e il “Safe Button” di Facebook rappresenterebbe un mezzo utilissimo e gratuito per accertarsi rapidamente dello stato di salute di cari e amici in caso di attentati terroristici o bombardamenti.

Questa sensibilità selettiva è di certo ben spiegabile quando si analizzano le narrazioni delle guerre e dei conflitti mediorientali (o la loro assenza) che recepiamo ogni giorno nei nostri paesi. Tuttavia, prestare maggiore attenzione a quello che succede a sud del Mediterraneo e comprendere le cause profonde dei conflitti in corso, oltre le strumentali logiche religiose, assume una valenza estremamente pragmatica e strategica all’indomani della strage di Parigi. Nel momento in cui le nostre vite diventano sempre più vulnerabili rispetto a minacce imprevedibili, è importante tracciare il filo che lega il terrore del 13 novembre a Parigi e la guerra in corso nel Levante arabo, in Iraq dal 2003 e in Siria dal 2011.

In primo luogo, si tratta di realizzare, contrariamente alla saggezza cinica che ha guidato molte decisioni politiche nel passato anche recente, che la sicurezza dell’Europa dipende fortemente dalla sicurezza (e non l’insicurezza) dei paesi mediorientali e dalla loro emancipazione politica. È invece giusto riconoscere, senza drammi identitari, quanto nei processi storici più e meno recenti l’Europa e l’Occidente più in generale abbiano contributo ad ostacolare la trasformazione politica e lo sviluppo economico e sociale dei paesi mediorientali, pur di preservare una vantaggiosa gerarchia nei rapporti politici, economici e strategici con il Medio Oriente.

Bashar Hafiz al-Asad, Presidente della Siria
Bashar Hafiz al-Asad, Presidente della Siria

Esemplare è la breve storia del conflitto siriano in queste particolari circostanze storiche. L’impulso iniziale della rivoluzione siriana racchiudeva idee e rivendicazioni di libertà, giustizia, democrazia, laicità e pluralismo confessionale. E includeva anche una specifica richiesta all’Occidente: imporre una “no fly zone” sulla Siria per impedire che il regime di Bashar al-Asad bombardasse e sganciasse le famose bombe a grappolo su quartieri e villaggi, uccidendo prevalentemente civili. Se si considera quanto cruciale sia stato il ruolo dell’aviazione siriana nel garantire la persistenza del regime di Assad, si comprende anche quanto importante fosse per la rivoluzione impedire al regime di usare quello specifico strumento.

La strategia dei paesi occidentali, e in particolare di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, è stata invece, sin dalla fine del 2011, quella di assecondare o entrare direttamente in una “guerra per procura”, ovvero innescare un processo di penetrazione indiretta della Siria, attraverso l’invio di armi e combattenti sul terreno. Il modello non è nuovo: la militarizzazione della società aveva già segnato l’infelice decorso della guerra in Iraq dopo la rimozione di Saddam Hussein e lo scioglimento dell’esercito iracheno da parte americana. Si pensi anche alla guerra dei mujahidiyyn in Afghanistan contro l’Armata Rossa, o alla guerra in Yemen degli anni ’60 tra il nord filoccidentale e il sud socialista filosovietico, saldatasi a quella tra monarchici filo-sauditi e repubblicani filo-egiziani. Come in passato, invece di sostenere un cambio di regime a Damasco attraverso un processo di trasformazione politica endogena, l’Occidente ha allacciato l’auspicata caduta Asad ad interessi esterni.

Ma il sostegno di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna alla Turchia e ai paesi arabi del Golfo – monarchie autoritarie e principali esportatori di petrolio, oltre che grandi investitori di fondi sovrani nelle nostre capitali europee – nasconde una connivenza importante sui canali informali di finanziamento del terrorismo. Comprendere il filo sottile tra i petrodollari investiti nelle nostre capitali e nei quartieri finanziari di Parigi, Londra o Milano e quelli investiti nella creazione della macchina jihadista (commercio di armi, indottrinamento, reclutamento, logistica e trasporto, pensioni alle famiglie dei jihadisti dall’Europa, dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale verso la Siria) è contro-il-traffico-di-armi-orig_mainfondamentale per comprendere al contempo il risorgere dell’islamismo radicale, la nascita del sedicente Stato Islamico e l’esodo dei rifugiati siriani, in fuga tanto dalle bombe di Assad quanto dalla brutalità dell’Isis.

Dietro la narrazione del movente ideologico e religioso si è in altri termini deliberatamente celata l’importanza dei flussi finanziari che attivano e nutrono i vari anelli della catena del terrorismo tra il Levante arabo e il resto del mondo. Questo perché molto spesso i finanziatori del terrorismo islamico sono gli stessi investitori che sostengono le nostre economie e le nostre piazze finanziarie. È singolare che all’indomani degli attentati di Parigi, per la prima volta i leader europei, riuniti al G20 di Antalya, si siano impegnati a tracciare e bloccare le transazioni finanziarie a favore del terrorismo. Quasi a voler riconoscere tardivamente che gli attentatori di Parigi non avrebbero potuto compiere quella strage se non avessero avuto a disposizione importanti risorse.

In questa fase storica, la sconfitta dello stato islamico e lo sgonfiamento del fascino che esso emana può passare solo attraverso il ripristino di condizioni minimali sul terreno per indurre gli attori ad abbandonare la violenza e riattivare un processo di ricostruzione materiale e politica. Il principale ostacolo a ciò è stato finora rappresentato dall’intrecciarsi di rivalità regionali e internazionali, che hanno militarizzato le società, producendo una debolezza strutturale dei sistemi politici del Levante.

Certo, la Siria di oggi è molto diversa dalla Siria del 2011 e a mano a mano che il conflitto si esacerba, sempre più difficile diventa il tentativo che si possano produrre alternative politiche praticabili che ne garantiscano l’unità territoriale e la coesione sociale. In questo senso, si dovrebbe cercare di trasformare il negoziato politico avviato a Vienna il 30 Ottobre scorso in un quadro utile per raggiungere un compromesso minimale tra gli attori coinvolti nel conflitto, a partire dai siriani, curiosamente assenti nel meeting inaugurale.

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Laura Frustaci

Nata e cresciuta a Roma dove ha fatto i suoi studi universitari alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università La Sapienza (Master in Sicurezza economica, geopolitica e intelligence, Laurea magistrale in Management pubblico e e-government) Lavora al Ministero dell'Interno dal 1990 (oggi con mansione di Funzionario del Gabinetto del Ministro) e con il tempo è entrata in contatto con la realtà dell'immigrazione prima per motivi lavorativi, poi di studio ed infine per passione, tanto che ha fondato la Rise Onlus, Associazione internazionale per i giovani e lo sviluppo, insieme alcuni amici africani, ma con cittadinanza italiana. COLLABORATRICE SEZIONE ESTERI (MEDIO ORIENTE)

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