Scrittori in fuga, la crescente intolleranza della Turchia per la libertà d’espressione

La Turchia, ponte naturale di collegamento fra Occidente ed Oriente, è in questi ultimi giorni sotto i riflettori di tutto il mondo per il drammatico evento del jet russo abbattuto dall’aeronautica turca. Evento colmo di conseguenze pericolose e tuttora impreviste, per il ruolo chiave giocato dalla Russia nel territorio siriano e per le fragili alleanze che si stanno cercando di costruire in Europa per combattere l’Is.

Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Turchia
Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Turchia

Ma la Turchia, in realtà, è al centro del dibattito internazionale già da diversi anni, sempre per motivi non proprio nobili. Ciò che preoccupa la Comunità Europea e gli Stati Uniti, in particolare, sono le crescenti misure di limitazione alla libertà di espressione e di informazione dei media turchi e dei diversi canali social.

La Turchia è indietro per quanto riguarda la libertà di espressione e di assemblea”, è quanto affermato dalla Commissione europea nel rapporto annuale dedicato ai paesi candidati ad entrare nell’Ue, presentato lo scorso 10 novembre dal Commissario per l’allargamento Johannes Hahn al Parlamento europeo.

Dopo diversi anni di progressi nella libertà di espressione sono stati osservati gravi passi indietro negli ultimi due anni. In particolare – dichiarano da Bruxelles – i procedimenti penali in corso e nuovi contro giornalisti, scrittori o utenti dei social media, l’intimidazione dei giornalisti e media e le azioni delle autorità che limitano la libertà dei mezzi di comunicazione sono di notevole preoccupazione”.

I PRIMI CASI DI CENSURA IN TURCHIA

Il problema della censura e dell’imbavagliamento delle voci di opposizione non è una questione nuova per la Turchia, ma si può far risalire alle origini della sua storia repubblicana. Basti ricordare il poeta turco Nazim Hikmet, rinchiuso in carcere per le sue idee comuniste e le critiche al regime nazionalista turco, espresse in alcune delle sue poesie di argomento politico, e poi mandato in esilio in Russia, dove morì nel 1963.

Un altro poeta, il curdo Yilmaz Odabasi, cinquantatré anni, fu torturato in carcere ai tempi del golpe militare del 1980. Il 2 novembre 2015, il giorno dopo le ultime elezioni generale turche che confermano Erdogan alla guida del Paese, afferma su Twitter: «Sono in Svizzera, ho lasciato la Turchia come segno di protesta politica».

LA CRESCENTE LIMITAZIONE DELLE LIBERTÀ DI STAMPA E DI ESPRESSIONEturchia-social-media

Tanti sono i nomi di intellettuali, giornalisti, scrittori e docenti perseguitati o in fuga dalla Turchia.

È il 1° settembre 2015 quando due giornalisti britannici di VICE News e un interprete che collaborava con loro vengono accusati di «coinvolgimento in attività terroristiche» e arrestati.

L’attentato di Ankara, avvenuto il 10 ottobre scorso, ha contribuito ad alimentare la tensione nel Paese e ad aumentare le misure di controllo dei mezzi di informazione da parte del governo. Poco più di due settimane dopo, infatti, la polizia turca fa irruzione nella sede del gruppo editoriale Ipek, a Istanbul, e prende il controllo – in diretta tv – della regia dei due principali canali di opposizione Bugun Tv e Kanalturk. Nei giorni seguenti 58 giornalisti del gruppo editoriale, considerati anti-Erdogan, sono stati licenziati.

E la lista continua. Il giorno seguente alle elezioni politiche di domenica 1° novembre, sono state effettuate due operazioni di polizia distinte ma simultanee. La prima ha riguardato il direttore e il caporedattore centrale della rivista Nokta, arrestati per “istigazione a delinquere ed eversione”. L’accusa è nata per la copertina del 2 novembre in cui si vede una foto del presidente e si legge il titolo: “Lunedì 2 novembre: l’inizio della guerra civile turca”. La copertina non è stata gradita dal presidente Tayyip Recep Erdogan e le copie del numero incriminato sono anche state ritirate da tutte le edicole. Nella provincia di Smirne, invece, sono state arrestate, lo stesso giorno, 35 persone, fra alti burocrati e funzionari di polizia, ritenuti sostenitori del religioso musulmano Fethullah Gulen, oppositore del governo: l’accusa è di spionaggio militare.

Poi ci sono quelli che hanno scelto di trovarsi una seconda casa all’estero. È il caso della celebre scrittrice turca Elif Shafak, anche lei perseguitata per le frasi sui massacri armeni contenute nel suo libro-denuncia La bastarda di Istanbul. Oggi vive a Londra, dove si è trasferita con i suoi figli, e da dove continua a scrivere i suoi romanzi. Fra gli altri, spicca il nome di Orhan Pamuk, Premio Nobel per la Letteratura nel 2006, autore twitter-turchiadi capolavori letterari famosi in tutto il mondo, fra cui l’ultimo, La stranezza che ho nella testa, uscito in Italia il 24 novembre per Einaudi. Più volte minacciato dagli ultranazionalisti per alcune affermazioni sulla questione armena e curda, ormai da un decennio, da settembre a dicembre, insegna alla Columbia University di New York.

Gli ultimi a finire sotto la scure della censura turca sono stati Can Dundar, direttore di Cuhmuriyet, noto giornale anti-Erdogan, assieme al caporedattore Erdem Gul, accusati entrambi di spionaggio e arrestati il 26 novembre. Il giornale era entrato nell’occhio del ciclone dallo scorso giugno, per aver pubblicato foto e video compromettenti che mostravano membri dell’esercito turco e dello Stato islamico intenti ad aprire camion carichi di armi.

SENZA VIA D’USCITA

E così non stupisce affatto che la Turchia occupi il 149esimo posto su 180 nella Classifica mondiale della Libertà di stampa stilata annualmente da Reporters Without Borders. Privacy International, invece, ha denunciato come una nuova legge del 2014, che consente alla Turkish Telecommunications Authority di imporre la rimozione di contenuti dai siti web, avrebbe già  colpito ben 44mila siti Internet, rendendoli inaccessibili. I più colpiti sono anche quelli più usati dagli utenti: Facebook, Twitter e Youtube. Il blocco imposto ai social media sta diventando ormai una triste routine per i cittadini turchi.

In questo clima di crescente intimidazione contro la libertà di stampa e di espressione online, esprimere il proprio dissenso o critiche alla linea politica del governo turco è diventato sempre più difficile, se non del tutto impossibile. E, a queste condizioni, anche la possibilità di un eventuale ingresso all’interno dell’UE sembra sfumare ogni giorno di più.

Alessandro Mancini

Nato nel 1993 a Roma, studia Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Roma tre. Persona eclettica e curiosa, da sempre appassionato di scrittura e lettura, coltiva il sogno di diventare giornalista. Gestisce anche un blog personale: http://aleftsworld.wordpress.com/ . COLLABORATORE SEZIONE ESTERI

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