Turchia: troppo presto per festeggiare la fine di Erdogan

di Massimo Campanini *

Le elezioni amministrative turche, che hanno visto un sensibile arretramento del partito islamista moderato AKP del presidente Recep Tayyip Erdogan dopo oltre un decennio di egemonia incontrastata, rappresentano indubbiamente uno spartiacque. È presto tuttavia per affermare sia che la stagione islamista è finita sia che la stella di Erdogan è definitivamente tramontata. Da una parte infatti l’economia turca continua a marciare, come ha fatto per molti anni sotto il governo islamista, e personalmente non credo che il voto all’AKP sia stato nel passato un voto esclusivamente ideologico: ormai è fatto ricorrente, in tutto il mondo, USA e Germania compresi, che i governi che hanno successo in economia durano, a prescindere dalle loro posizioni ideologiche.

Parte importante dell’apparato economico turco è comunque disponibile nei confronti dell’AKP. D’altra parte l’islamismo dell’AKP e di Erdogan è molto “moderno”: forse ancor più autoritario e intollerante di quanto si presenti ufficialmente, ma attrezzato a rispondere alle sfide del mondo “grande e terribile”. Non vedo personalmente un’alternativa reale, dal punto di vista dell’islamismo, nel movimento, pur diffuso e autorevole, di Fetullah Gulen. Infine, non pare che Erdogan abbia perso la presa sul partito. Dunque, è prematuro cantare l’elogio funebre dell’esperimento islamista turco, anche se non v’è dubbio che la sconfitta elettorale sia un campanello d’allarme che Erdogan e l’AKP sbaglierebbero a sottovalutare.

Quali conseguenze può avere a breve termine un indebolimento di Erdogan e dell’AKP? I dati elettorali lo dicono: a emergere sono state forze relativamente nuove, non immediatamente identificabili coi vecchi partiti, coi partiti dei Demirel o degli Ecevit tanto per capirci. Lo stesso successo del partito (filo)curdo non vuol dire che sia incombente una minaccia scissionista. Certo i curdi, che forse hanno finalmente capito che il terrorismo non paga né in termini di visibilità né in termini di risultati ottenuti, potranno riproporre con più autorevolezza le loro richieste di autonomia, ma anche qui bisognerà valutare esattamente quanto il voto sia stato di protesta e inteso a contestare la svolta autoritaria di Erdogan. L’AKP anche se indebolito conserva spazi di manovra e saranno le elezioni politiche generali a dire la parola definitiva.

Quanto alla politica estera, la Turchia con Erdogan ha perseguito una strategia di egemonia regionale abbastanza vincente, sia pure non priva di oscillazioni e ambiguità. La Turchia è di fatto una potenza regionale -, oggi, dopo il fallimento delle primavere arabe, il ripiegamento dell’Egitto sulle posizioni saudite e il diffondersi del cancro qaedista e islamista radicale, in grado di proporsi come quarto vertice di un quadrilatero composto inoltre da Iran, Arabia Saudita e Israele. E la Turchia rimarrà una potenza regionale, con o senza Erdogan, anche nel dopo Erdogan. Non credo che l’indebolimento elettorale convincerà l’AKP e Erdogan a modificare la strategia regionale. Piuttosto, credo che certe scelte tattiche dovranno essere ripensate. Bashar al-Asad sopravvive a se stesso e non ha alcuna chance di ritrovare il passato potere. Il premere dell’IS ai confini turchi potrebbe essere molto pericoloso. La Turchia dovrà posizionarsi come una reale alternativa tanto all’Iran quanto soprattutto all’Arabia Saudita. A mio avviso, sarebbe auspicabile un ridimensionamento dell’autorità dell’Arabia Saudita e la Turchia potrebbe aspirare a prenderne il ruolo. Ma questo è forse solo wishful thinking.

* professore di Storia dei Paesi Islamici e di Pensiero Islamico presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. 

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