Un altro Rinascimento: studenti, immagini e disegni.

Che non si può mica spiegare per quale motivo, un bel pomeriggio d’ottobre, mi si para davanti agli occhi l’immagine della Città ideale. Potrei provare a raccontarvi di quella lontana estate del 2000 e qualcosa, o forse anche prima, in cui capitai a Urbino e mollai in piazza fratelli e genitori per andarmene a visitare la Galleria Nazionale nella quale (scusate la rima) è esposta la suddetta tempera. Ma non ve lo racconterò. Non è questione di ricordo cosciente.

La notizia è che a un certo punto PAF! La Città mi si piazza davanti agli occhi proprio mentre sto preparando la lezione su Garcilaso e – come te sbagli? – En tanto que de rosa y azucena, inno spagnolo al carpe diem personificato nell’arcinota figura della donna angelicata la quale, con uno sguardo ardente, accende d’amore il poeta che, però, pur volendo, si blocca guardandosi bene dal saltarle addosso (sesso? Ma mi faccia il piacere!) perché c’è da annullare il corpo e sublimare il tutto spedendolo nel cosiddetto “mondo delle apparenze”. Le idee platoniche, insomma. Che stanno nell’iperuranio, oggi volgarmente detto “inculonia”, e tutti sanno che non è facilissimo arrivarci inculonia, neanche se ti ci manda mezzo mondo. Oh, con questa cosa delle apparenze tocca andarci piano, però, perché nonostante i ben noti adagi pare che la nostra società ci abbia costruito le fondamenta su queste benedette apparenze. Il terreno che stiamo sondando è quindi parecchio scivoloso. L’avreste mai sospettato un pericolo simile dietro a un sonetto?

Ma torniamo a noi. Questo mondo delle apparenze o delle idee comprende anche l’amore platonico, e dire che l’amore platonico c’ha consumato il fondo delle mutande è un eufemismo bell’e buono, quindi non lo diremo. Il rischio di fare lezione col metodo tradizionale, in cui si spiega il testo letterario come fosse un lenzuolo o busta della spesa ripiegata in mille triangolini per creare spazio nella busta delle buste, rimanda direttamente al suddetto fondo ed è inversamente proporzionale alla salvaguardia delle preziose sfere contenute (o direttamente proporzionale al loro scassamento previa loro entropica frantumazione nonché dispersione nell’ambiente sottostante). Insomma, scegliete voi.

Il guaio, in tutto questo, è che il Rinascimento è un momento altissimo della storia culturale europea, quindi non è che possiamo saltarlo a piè pari e impunemente come se stessimo giocando a campana. C’è da affrontarlo, non si possono frapporre indugi. Ed è proprio qui, in questa selva di frapposti indugi, che mi si para d’innanzi la Città ideale. E a questa, visto che nella poesia compaiono, ci affianco pure una figura di rosa e un giglio bianco.

Una volta in classe, naturalmente, mi guardo bene dallo spiegare il lenzuolo unto e bisunto. Ci tengo alla pulizia personale. L’immagine della Città ideale, invece, quella sì che gliela presento. Edward mani di forbice inizia a tramare l’ordito.

–Venga, muchachos, ¿qué es lo que veis?

E giù un tornado di parole e interventi. Dicono: palazzi, edifici, ordine, struttura, parallelismo. Poi, quando gli chiedo “che sensazione vi trasmette?”, mi rispondono: tranquillità, serenità, compostezza, ansia. Priscilla mi dice che le fa addirittura venire l’angoscia. La sirena del mio allarme interiore squilla forte come quando i filologi s’imbattono in una lectio difficilior: ansia e angoscia. Che c’entrano l’ansia e l’angoscia in una poesia dove si parla di carpe diem e si descrive una bella donna con la pelle rosata, il collo bianco e i lunghi capelli biondi sparsi al vento? Ansia e angoscia sono le parole che annoto sulla lavagna – e sulle pareti del mio cervello – pronto a riutilizzarle al momento giusto. Emozioni e sensazioni vado annotando sulla lavagna man mano che saltano fuori dalle loro giovani bocche. L’aula si riempie di loro ed è bastato un semplice stimolo sensoriale: l’immagine di un quadro seguito da un paio di domande facili facili.

La lezione va avanti. Finiamo di leggere la poesia, chiariamo qualche vocabolo sconosciuto e aggiungiamo qualche nesso con altre materie. Arrivati alla fine dell’ora è il momento di assegnare i compiti. Fra di loro, come in tutte le classi, ci sono dei disegnatori. Dopo dieci anni d’insegnamento lo so senza neanche doverglielo chiedere. Quindi dico: “Studiate il sonetto a pagina X, e bla bla bla, bla bla bla, bla bla bla”. Faccio una pausa e aggiungo:

– Se qualcuno di voi vuole, può disegnare la poesia e portarmi il disegno la prossima volta.

Facce strane. Forse non hanno capito. Qualcuno confessa apertamente di non saper disegnare, di fare sgorbi come un bambino di cinque anni. Diverse teste annuiscono. Allora prendo la palla al balzo e dico in versi:

– Sai che rispose Picasso a chi gli scassava il casso chiedendo ‘perché disegni come un bimbo di cinque anni?

– No prof, che cosa?

– Disse: “Magari sapessi disegnare come un bambino di cinque anni”. Perché ogni studente è un artista in virtù della propria capacità di immaginare. Qualcuno avrà più talento di un altro ma tutti possono disegnare. E se preferite un’altra forma va benissimo, scrivete pure un verso, una lettera, una pagina di diario; componete una musica, scolpite l’argilla, fate un collage; insomma qualsiasi altra cosa creativa che vi venga in mente.

Qualche giorno dopo arrivano quattro disegni, tre a matita e uno coi pennarelli. Il primo ritrae una giovane donna con lunghi capelli sciolti sulle spalle e una corona di rose e gigli sulla fronte; gli occhi sono chiusi. Il secondo, sempre a matita, mostra una giovane donna con un giglio nei capelli e una rosa in mano; neanche questa mostra lo sguardo perché è ritratta di schiena. Il terzo è un viso di donna che da una parte è florido e aderente alla descrizione del sonetto (capelli biondi, rosa e giglio fra i capelli, incarnato bianco e occhi celesti) ma dall’altra è scarnificato fino a mostrare solo il cranio: Eros e Thanatos, un lugubre presagio dell’esaltazione della morte che il Barocco farà pochi anni dopo. Il quarto disegno, astratto, non mostra né la donna, né il giglio né la rosa; il poeta, la figura maschile, è assente come negli altri due disegni; alcune zone del foglio sono attraversate da cancellature volute, e due parole spagnole, nombre e olvidar, scritte alla rovescia, rimandano a una perdita d’identità. Più precisamente: a un’identità negata.

Tentiamo il nesso. La donna rinascimentale, che nelle migliori intenzioni dei letterati che la concepirono, doveva essere una figura di rottura rispetto alla donna medievale, risulta in questi disegni nient’affatto rivoluzionaria. Lo sguardo, che è il motore da cui scocca la scintilla d’amore, non c’è: gli occhi sono chiusi o in primo piano c’è una schiena; nel caso del terzo disegno, si allude a una chiara dissociazione per la quale si vorrebbe accedere all’amore (viso florido) ma non si può (ossa del cranio scarnificato), se non in forma sublimata ossia annullata. L’amore non c’è, dunque. Agisce ancora, nel profondo, un nucleo di misticismo e religiosità che nega il corpo della donna e, di conseguenza, anche quello dell’uomo, facendo pensare al sesso come a una scarica di energia, uno sfogo idraulico e istintivo come nel mondo animale.

Ecco come quattro studenti hanno commentato, senza scrivere una parola, il concetto di Rinascimento espresso in un sonetto fondamentale nella tradizione poetica spagnola. Io mi sono limitato a lanciargli stimoli e farli esprimere. Il resto lo hanno fatto loro e, a mio modesto parere, in maniera eccellente. Ne sono estasiato. Grazie alle loro emozioni e sensazioni hanno scoperto che il Rinascimento non è poi tanto “rinascimento”, o lo è solo in parte: al suo interno persiste, nonostante l’antropocentrismo di cui si fa portatore, un nucleo mistico e religioso che fa fuori, ancora una volta, la donna e con lei anche l’uomo. Ma una cosa è sicura: oggi ho avuto l’onore di assistere a un altro rinascimento, quello degli studenti. E per un prof non c’è cosa più bella.

(Un ringraziamento speciale a Carolina, Marco e Veronica per i disegni)

Andrea Strallo

Nato a Roma nel 1974, cresce nei pressi di Ostia e si laurea con lode in lingua e letteratura spagnola, presso l’Università degli Studi di Roma Tre, con una tesi sperimentale sui racconti brevi di José Jiménez Lozano (Premio Nacional de las Letras Españolas 1992 e Premio Cervantes 2002). Scarta l’ipotesi del dottorato di ricerca e decide di tentare la via della traduzione letteraria. Segue due corsi privati e traduce articoli giornalistici e libri per siti e case editrici quali Nuovo Mondi Media, Datanews, Raffaelli Editore, Edizioni Socrates e OCD. Nel 2005 fa la sua prima supplenza in un liceo linguistico della Capitale. È un anno intenso in cui contemporaneamente traduce, segue il secondo corso di traduzione e porta la sua quinta agli esami di maturità. A fine anno, anche su consiglio dei suoi colleghi, decide di fare sul serio con l’insegnamento e comincia a girare molti licei e qualche scuola media della Capitale. Nel 2011 si iscrive al TFA (Tirocinio Formativo Attivo) per poter conseguire l’abilitazione all’insegnamento. Superati con ottimi punteggi la prova nazionale, la prova scritta e quella orale, inizia la grande maratona. Come la biglia impazzita di un flipper, solca le strade di Roma facendo la spola fra due licei, le lezioni all’Università e il tirocinio in classe. A fine anno si porta a casa un meritatissimo e sudatissimo 99/100. Attualmente si accinge ad iniziare il suo decimo anno di insegnamento. BLOGGER DI WILD ITALY.

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